La spinta di Roma al tavolo Ue si è fatta sentire. E ha trovato i riscontri auspicati dal governo italiano. Nella prima riunione continentale, seppur in video, dopo gli arrivi di massa dal Marocco nell’exclave spagnola di Ceuta e la morte di almeno 75 persone, subito le precisazioni di Madrid: «Non c’è stato alcun rischio di movimento secondario, avendo Ceuta un regime speciale», la linea del ministro dell’Interno Fernando Grande-Marlaska. Poi i distinguo con Roma. È infine il Commissario europeo per gli Affari Interni e la Migrazione a illustrare la posizione dell’esecutivo Ue, sovrapponibile a quella italiana. Secondo il commisario Ue Magnus Brunner, «la regolarizzazione» di circa 600mila migranti del governo Sánchez «non è un buon segnale» per il resto d’Europa. Lettura che segue i 5 punti del piano von der Leyen per rafforzare il controllo delle frontiere esterne inoltrato 24 ore prima al premier Sánchez con una missiva. Brunner dice di comprendere che le regolarizzazioni siano «competenza di uno Stato membro» e che «si tratta principalmente di latinoamericani che parlano la stessa lingua e condividono la stessa cultura». Ma di fatto il principio cozza col concetto di «deterrenza» che l’Ue ha scelto di perseguire attraverso una «diplomazia migratoria» con i Paesi terzi che predilige la formazione in loco sul modello del Piano Mattei. E, in prospettiva, hub di rimpatrio in Africa illustrati ieri da Piantedosi.
Sugli hub, ieri, strali dal collega spagnolo: «C’è tutta la nostra opposizione, potrebbero minare i diritti fondamentali e i principi e i valori dell’Ue», la linea Grande-Marlaska. Tentenna pure Parigi sulla proposta, come Lisbona. Ma per Brunner si può procedere. E pur nella solidarietà comune a Madrid c’è il semaforo verde Ue per finanziarli con fondi Ue: «Rientra nei negoziati per il prossimo quadro finanziario, credo sia la strada da seguire», chiarisce Brunner, «5 o 6 Stati membri (Italia, Danimarca, Germania, Austria e Grecia, ndr) stanno collaborando con i Paesi terzi, iniziativa legittima, dobbiamo concentrarci sul concetto di Paese sicuro, il che significa che la procedura di asilo può essere effettivamente svolta al di fuori dell’Ue». Il modello Albania.
Ma l’Ue ieri era tutt’altro che intenzionata a criminalizzare la Spagna, coinvolgendola anzi nella strategia comunitaria su altri punti meno divisivi. Da sanzioni globali ai trafficanti a leve commerciali; a politiche di visti, a uomini e mezzi verso il Maghreb per ridurre partenze illegali. C’è altro. L’Agenzia europea della guardia di frontiera Frontex nel Mediterraneo (presente a Ceuta con 30 funzionari e «pronta a fare di più», annuncia Brunner) avrà un nuovo mandato dopo la pausa estiva. Ci saranno «infrastrutture» nei punti critici e accordi potenziati con i Paesi di transito, Marocco incluso: con cui «stiamo negoziando».
L’ipotesi non è di alzare muri, ma barriere fisiche e sensori in varie zone per evitare «bug» come nell’exclave. «Sistemi di allerta precoce» per seguire le informazioni via social in collaborazione con Europol: alcuni post invitano già a nuovi flussi a Ceuta il 15 agosto.
A ottobre toccherà ai capi di Stato e governo mettere a terrà le idee. Ieri pure un bilancio della crisi: «L’Europa ha superato il test della resilienza», la linea di Bruxelles. Ma la distanza tra Roma e Madrid resta pure su Schengen. «I controlli aggiuntivi vengano revocati, zona mai stata in pericolo», per la Spagna. I due Paesi più vicini alla linea di Madrid, Portogallo e Francia, danno manforte ma sul chi va là: «Schengen non è il problema, ma la soluzione», secondo il ministro francese. Parigi però «rafforza in modo significativo i controlli alla frontiera franco-spagnola» con 5 unità mobili nei 37 punti di passaggio tra Pirenei Orientali e Atlantici. Controlli da oggi potenziati con 186 unità. Il ministro portoghese ammette che ha già rafforzato la sorveglianza al confine in attesa del rimpatrio dei «migranti irregolari ancora a Ceuta». Brunner taglia corto: zona Schengen, «preservata». Sospensione? «Possibile in via eccezionale».
