«La politica estera è politica interna» è un concetto su cui Giorgia Meloni batte da tempo, soprattutto quando le chiedono conto dei suoi frequenti viaggi istituzionali oltreconfine. E in questi giorni più che mai la premier sta cercando di metterlo in pratica, utilizzando la credibilità internazionale che si è costruita in questi quattro anni a Palazzo Chigi per provare a contenere il caro energia che si è abbattuto sulle famiglie italiane e non solo. Due giorni fa, a margine del bilaterale a Praga con il primo ministro ceco Andrej Babiš, la premier ci ha tenuto a ringraziare per l’attenzione verso l’Italia «le autorità dell’Azerbaigian e del Kuwait», a cui fanno rispettivamente capo Ip e Q8, le due compagnie petrolifere che hanno seguito l’esempio di Eni di imporre un price cap sul prezzo dei carburanti alla pompa.
Una decisione che è arrivata dopo una serie di ripetuti contatti tra Palazzo Chigi e i vertici istituzionali azeri e kuwaitiani. Un risultato che è probabilmente il frutto anche delle ripetute missioni di Meloni in Medio Oriente, tra cui il viaggio nel Golfo dello scorso aprile, prima leader di un Paese occidentale e Nato in visita dopo l’inizio del conflitto con l’Iran, con tappe in Arabia Saudita, Emirati Arabi e Qatar (quella in Kuwait saltò all’ultimo solo perché non era garantita la sicurezza dei cieli). Oltre alla trasferta a Baku del maggio 2026, prima visita di un premier italiano in Azerbaigian dopo 13 anni. Insomma, una vera e propria operazione di moral suasion che a breve potrebbe vedere l’adesione anche di Tamoil (che detiene circa l’8% della distribuzione in Italia), visto che proprio in queste ore sono in corso fitti contatti tra Palazzo Chigi e il governo libico (Tamoil è di proprietà del gruppo olandese Oilinvest che a sua volta fa capo alla Noc, la compagnia petrolifera nazionale della Libia).
É seguendo lo stesso canovaccio che ieri Meloni ha deciso di scrivere a Ursula von der Leyen per chiedere formalmente all’Unione europea di attivarsi sul fronte della flessibilità per contenere la fiammata dell’inflazione (a settembre salita al 4,2% su base annua) che è dovuta soprattutto ai rincari legati all’energia e agli alimentari freschi (il cui costo è strettamente connesso a quello del carburante che serve per trasportarli). Anche con la presidente della Commissione Ue la premier ha costruito in questi anni un rapporto solido e il suo obiettivo è quello di portare sul tavolo del prossimo Consiglio europeo in programma il 15 ottobre il tema della flessibilità. «Abbiamo già posto in sede Ecofin la necessità di tenere conto della maggiore inflazione registrata in questo periodo nel calcolo dei parametri europei da rispettare e del deficit consentito e altri Stati membri stanno andando nella stessa direzione», spiega Meloni in un video-collegamento con Oltre le radici, l’evento annuale del quotidiano Il Gazzettino. La premier si dice quindi pronta ad «attivarsi nei confronti della Commissione Ue». «Sto scrivendo a von der Leyen affinché la questione venga trattata alla riunione Ecofin della prossima settimana e poi al prossimo Consiglio Ue. Crediamo - dice Meloni - che a fronte della crescita inflazionistica dovuta al caro energia a livello globale sia necessario riconoscere agli Stati membri una flessibilità aggiuntiva per sostenere famiglie e imprese». Parallela c’è anche la questione degli Ets. Proprio ieri pomeriggio la Commissione Ue ha infatti ricevuto la lettera congiunta in cui Italia e Repubblica Ceca chiedono di correggere il meccanismo degli Ets, il sistema europeo di tassazione del carbonio che gonfia artificialmente i prezzi e contribuisce a favorire squilibri tra i diversi Paesi Ue.
A Bruxelles, insomma, Meloni chiede di «svegliarsi» e auspica «un’Europa meno ideologica», che «sappia adattare le proprie priorità a un contesto che cambia» e «ascoltare meglio i bisogni dei territori senza rinunciare ad alcune sfide». Ma, aggiunge, «l’Unione europea deve affrontare i problemi e non crearne altri». Uno su tutti, sono gli Ets, una criticità di cui «si continua a non percepire l’urgenza».
