«Un governo lungo 1.413 giorni». Quasi quattro anni a Palazzo Chigi, senza crisi, ribaltoni e cambi di maggioranza. Oggi Giorgia Meloni taglia il traguardo che sembrava quasi fuori portata per un esecutivo italiano: con 1.413 giorni di vita, il suo governo supera il Berlusconi II e diventa il più longevo della storia della Repubblica. È un record che vale più della semplice aritmetica. La storia della politica italiana è soprattutto una storia di governi che si consumano rapidamente, di maggioranze che si sfilacciano, di ministri che saltano, di partiti che cambiano posizione e di premier costretti prima o poi a salire al Quirinale. Meloni, invece, è arrivata fin qui senza che la sua leadership sia mai stata davvero messa in discussione.
Il primato apparteneva al Berlusconi II, rimasto in carica 1.412 giorni, dall’11 giugno 2001 al 23 aprile 2005. Dopo vengono il Berlusconi IV, 1.287 giorni, il Craxi I, 1.093, il governo Renzi, 1.024, il Prodi I, 886, e il Moro III, 852. Una classifica che rende evidente la particolarità del risultato: nella Repubblica italiana la longevità è sempre stata un’eccezione, non la regola. Meloni festeggia il record a Bari, al porto, con la festa nazionale di Fratelli d’Italia di oggi e domani, costruita sul modello di Atreju. Al primato, d’altra parte, la premier tiene. E non soltanto per il valore simbolico: il record certifica soprattutto la capacità della maggioranza di attraversare quasi quattro anni senza mai arrivare al punto di rottura.
Il confronto con il Berlusconi II è significativo. Anche quel governo visse una lunga fase di stabilità, ma fu una sconfitta elettorale a far saltare l’equilibrio. Dopo la sconfitta alle regionali del 2005, Berlusconi dovette aprire una crisi che portò al suo terzo governo. Meloni ha avuto, in questi anni, almeno un momento in cui il fantasma delle urne anticipate è tornato ad affacciarsi. È successo dopo la sconfitta nel referendum sulla giustizia. Per qualche giorno si è ragionato sull’ipotesi di trasformare il voto in un’occasione per chiedere una nuova investitura. Una tentazione comprensibile per una premier che continuava a contare su una maggioranza competitiva. Ma alla fine ha prevalso la scelta di arrivare alla scadenza naturale della legislatura.
Nel frattempo qualche pezzo della squadra è cambiato. I ministri usciti sono stati tre. Il primo è stato Raffaele Fitto, che nel novembre 2024 ha lasciato il governo per diventare vicepresidente esecutivo della Commissione europea. Al suo posto è arrivato Tommaso Foti. Poi Gennaro Sangiuliano, dimessosi nel settembre 2024 e sostituito alla Cultura da Alessandro Giuli. Infine Daniela Santanchè, uscita dal governo nel marzo di quest’anno e sostituita al Turismo da Gianmarco Mazzi. Tre ministri cambiati in quasi quattro anni non sono pochi, ma lo diventano se confrontati con ciò che non è successo: nessun rimpasto politico, nessun cambio di maggioranza, nessun nuovo presidente del Consiglio. Anche tra sottosegretari e viceministri ci sono stati avvicendamenti, ma il dato politico non cambia: qualche casella è stata sostituita, l’impianto è rimasto lo stesso. Ed è proprio qui che il record di durata si lega all’altro elemento decisivo della storia del governo Meloni: la stabilità del consenso.
L’analisi pubblicata a gennaio dal Giornale sulla base di oltre quindici anni di rilevazioni aveva già evidenziato un fenomeno particolare: un consenso rimasto stabile nel tempo. È questo, forse, il dato più importante del record. Meloni ha conservato una coalizione competitiva e ha dimostrato di saper assorbire gli urti senza cambiare direzione, confrontandosi con un’opposizione non ancora riuscita a trasformarsi in alternativa. Oggi, intanto, il dato è scritto nei numeri. Il governo Meloni è il più longevo della Repubblica. E ora ha davanti a sé un’altra partita: resistere al logorio del potere e conquistare una nuova vittoria elettorale.
