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La misura antiterrorismo: riconoscimento facciale in caso di grave minaccia

Il decreto del Viminale: l’intelligenza artificiale nelle indagini di polizia

La misura antiterrorismo: riconoscimento facciale in caso di grave minaccia
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Arriva una misura decisiva da parte del Viminale per potenziare il lavoro delle forze dell'ordine nell'ottica di rafforzare il contrasto al terrorismo. Con il decreto legislativo che disciplina, per la prima volta in modo organico, l'utilizzo dell'intelligenza artificiale da parte delle Forze di polizia, gli agenti avranno a disposizione ulteriori mezzi per intervenire e prevenire gli attentati terroristici, la cui minaccia dopo il caso di Salim El Koudri, che si è lanciato contro la folla a Modena, ha riacceso l'allarme. Il decreto stabilisce, infatti, che l'IA sarà uno strumento di supporto all'operatore di polizia, che verrà adeguatamente formato, e che andrà in alcun modo a sostituire le decisioni e l'autonomia del singolo. Particolare attenzione è dedicata al riconoscimento facciale e ai trattamenti biometrici, due mezzi indispensabili per individuare i potenziali sospettati con maggior precisione.

Ma viene anche disciplinato l'uso del riconoscimento facciale «a posteriori», cioè dopo la commissione di un reato, integrato sui sistemi di videosorveglianza già autorizzati dalla legge.

I sistemi potranno essere dotati, dove ce ne sia la necessità di ordine e sicurezza pubblica, di componenti IA che, solo dopo la commissione di un reato, permettano di confrontare il volto di persone indiziate con le immagini registrate dai predetti sistemi. Si sono registrati diversi momenti in cui questo strumento sarebbe stato quasi indispensabile: basta pensare alle drammatiche immagini trasmesse da Torino il 31 gennaio in cui esponenti dell'antagonismo locale e nazionale hanno messo a soqquadro la città ferendo anche degli agenti.

L'IA potrà quindi essere usata per etichettare, filtrare e categorizzare set di dati biometrici acquisiti lecitamente, ad esempio per facilitare ricerche e comparazioni successive a fini di polizia. L'uso di sistemi di riconoscimento facciale in tempo reale in luoghi pubblici o aperti al pubblico è ammesso solo in casi eccezionali: per prevenire minacce gravi e specifiche, come quelle con finalità di terrorismo o altri reati di particolare allarme sociale che pongono in pericolo la vita o l'incolumità delle persone. E per cercare persone scomparse o vittime di tratta, sequestro, sfruttamento sessuale.

Di recente proprio il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi, commentando il fermo per terrorismo di Zakaria Ben Haddi, l'italiano di origine marocchina residente in Brianza e arrestato grazie a un'operazione della Digos di Milano coordinata dal Procuratore Alessando Gobbis, aveva rimarcato come la radicalizzazione sia «un fenomeno molto preoccupante e insidiosissimo, perché è molto difficile individuare persone che si radicalizzano, anche da sole, come lupi solitari, avendo un rapporto esclusivo sul web che è difficilmente percepibile. Ma in un mese circa, da quando è successo l'episodio di Modena, questo è il secondo caso in cui le nostre forze di polizia manifestano le loro grandi capacità».

La crescente presenza dei baby jihadisti (l'età del reclutamento da parte dell'Isis si è drasticamente abbassando vedendo la soglia aggirarsi tra i 15 e i 24 anni) rappresenta per gli apparati di sicurezza italiani la nuova sfida che comporta non solo un costante monitoraggio dei luoghi di culto, ma anche dei molteplici profili social, delle app utilizzate per eludere i controlli, del

cambiamento repentino nel comportamento di un soggetto potenzialmente pericoloso. Questo step voluto dal Viminale rappresenta la linea che chiaramente si vuole perseguire: la tutela degli agenti e il contrasto del terrorismo.

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