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Governo

Tajani e Salvini, quel primato da gemelli diversi

Differenti per sensibilità e linea politica, i leader di Fi e Lega hanno tenuto insieme partiti e governo

Il governo: "Mai". Col centrodestra taglio del cuneo e record di occupati

È una sfida in cui conta il primo posto. È Giorgia Meloni a passare alla storia repubblicana con il record del suo esecutivo. Vero, ma anche loro salgono sul podio, naturalmente a pari merito. Matteo Salvini e Antonio Tajani, i vicepremier «gemelli», portano a casa il risultato.

Molti, forse ancora di più all’estero che in patria, scommettevano sulla rapida caduta del primo governo postfascista dalla fine della Guerra. Molti, più nel nostro Paese che fuori, immaginavano che il Meloni I sarebbe imploso proprio per le contraddizioni fra le diverse anime della coalizione. Troppo diversi i protagonisti, ineluttabile e fatale la frattura. Salvini spingeva e spinge a destra, dove pure ora si è insediato Vannacci, Tajani tira dalla parte opposta. Salvini e ancora di più alcuni dei suoi guardano senza pregiudizi, eufemismo, a Mosca e hanno accolto con fatica se non con fastidio, le tante iniziative lanciate per sottolineare l’alleanza fra Roma e Kiev. Tajani si è sempre tenuto sul bordo opposto del quadrante, sottolineando anche da ministro degli Esteri la forza del legame con l’Ucraina e tutta la gelida distanza che ci separa dalla Russia. Salvini stropiccia l’Europa che i Borghi e i Bagnai maltrattano un giorno sì e l’altro pure, Tajani si fa fotografare più con gli amici tedeschi che con i colleghi ministri. La coppia a Bruxelles si divide fra gruppi diversi - Patrioti e Popolari - e Meloni, per non farsi mancare niente, sta con una terza forza, quella dei Conservatori. Tre colori a Strasburgo, uno solo a Roma.

Approcci diversi. Si è detto e scritto più volte che Salvini, in calo di consensi, per di più a vantaggio di FdI, avrebbe fatto saltare il banco. Se non altro per arginare in qualche modo l’emorragia di consensi. Ma le previsioni, ben prima che i radar scoprissero Vannacci, non si sono avverate. E molti retroscena hanno esplorato la tentazione, in verità più virtuale che reale, di un Tajani pronto a rompere e a formare un nuovo network con il centrosinistra di cui avrebbe costituito il nocciolo moderato. Fiction.

Non è successo. Pur fra litigi e strappi, non è accaduto, anche se le sensibilità sono differenti e non sempre complementari. E oggi Tajani celebra su Facebook la performance: «Il governo taglia il nastro record dei 1.143 giorni di longevità, Fiero e orgoglioso del lavoro fatto, prosegue il nostro impegno per un’Italia sempre più forte e credibile». Quasi quattro anni così e avanti ancora fino a quando non si andrà alle urne.

Il duello fra Schlein e Conte prosegue interminabile come quello in un celebre racconto di Conrad, a destra nessuno mette in discussione la leadership di Meloni. Salvini da titolare delle infrastrutture corre col caschetto da un collaudo ad un’inaugurazione, ma lui e Calderoli devono assistere alla sfibrante gimcana dell’autonomia differenziata che pure sarebbe una bandiera leghista. Tajani invece utilizza l’autoironia quando ricorda che alla Farnesina non si è mai insediato uno più sfortunato di lui, fra guerre, crisi energetiche e intemerate trumpiane.

Tutto vero, ma la navigazione non si è interrotta. E la stabilità, pur con diversi limiti, è un valore che si porta dietro un corredo di «doni» inusuali per il nostro Paese: dallo spread più basso alla credibilità internazionale. Non è poco per Palazzo Chigi. E pure per il tandem Salvini-Tajani.

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