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Governo

Via libera del Colle alla legge elettorale. Perché non salterà

Mattarella promulga dopo 24 ore, il giudizio della Consulta a gennaio -febbraio. Ceccanti: “L’impianto tiene, solo due ritocchi”

Firma Gli atti di grazia disposti dal presidente Mattarella

La narrazione che voleva la nuova legge elettorale destinata ad andare a sbattere non si ferma neanche davanti al via libera definitivo del Parlamento. In principio avrebbe dovuto essere il Quirinale a imporre paletti così alti da convincere Giorgia Meloni a tornare sui suoi passi, poi - inebriati dallo scivolone di metà luglio sulle preferenze - ci si è affidati ai franchi tiratori della maggioranza che avrebbero certamente fatto saltare il banco. E infine - andate a farsi benedire tutte le previsioni della viglia (che poi erano soprattutto gli auspici dell’opposizione) - oggi si punta tutto sulla Corte Costituzionale, nella convinzione che farà cartastraccia della riforma. Uno scenario che in verità è altamente improbabile, esattamente come lo era quello di una maggioranza che si sarebbe auto-affossata nel voto segreto come profetizzato per mesi dall’opposizione e da gran parte dei retroscena giornalistici.

Di certo, invece, la decisione della Consulta non si farà attendere. E arriverà tra fine gennaio e inizio febbraio, così da togliere dal tavolo lo scenario infausto di un giudizio post voto e con il nuovo Parlamento già eletto. Sul punto sembra esserci una convergenza tra istituzioni, tanto che ieri il presidente della Corte costituzionale Giovanni Amoroso ha detto al Corriere della Sera di essere ottimista sulla possibilità di «dimezzare i tempi» e «accelerare» l’iter. Una volontà evidentemente condivisa da Sergio Mattarella. Non a caso, nonostante un mese di tempo a disposizione per verificarne regolarità formale e conformità costituzionale - già ieri sera il Quirinale ha promulgato la legge.

Che la Consulta possa mettere mano alla riforma è probabile, ma difficilmente si tratterà di una sentenza che ne stravolgerà l’impianto richiedendo un nuovo intervento del Parlamento. Insomma, per dirla con Stefano Ceccanti, l’ipotesi più probabile è quella di «correzioni auto-applicative». La Carta, spiega infatti il costituzionalista già deputato e senatore del Pd, non dice niente sulla legge elettorale ma la Consulta nel tempo ha «costruito una giurisprudenza» in materia. E sui due pilastri della riforma targata centrodestra - il premio di maggioranza e i capilista abbinati alle preferenze - la Corte costituzionale si è «già espressa in maniera chiara rispetto all’Italicum» di Matteo Renzi. Nel primo caso affermando che «puoi dare il 55% dei seggi con il 40% dei voti» e dunque «anche con un tetto maggiore del 42% come in questa circostanza». E nel secondo caso «attestando la costituzionalità» della soluzione mista capilista bloccati e preferenze, presenti anch’essi nell’Italicum.

Insomma, secondo Ceccanti, l’impianto della riforma elettorale voluta da Meloni può essere sì oggetto di «obiezioni più o meno condivisibili sul piano politico», ma «non sotto il profilo costituzionale». Rimangono, invece, due questioni «non superabili» e «probabilmente oggetto della censura» della Corte costituzionale: le firme e la parità di genere. Nel primo caso la Consulta «potrebbe ridurre da tre a due gli scaglioni e fissare il limite massimo da 300 mila a 75mila firme», nel secondo invece «potrebbe estendere anche ai capilista la proporzione 60-40%».

Tutte modifiche auto-applicative e che non cambiano la sostanza della legge. Tanto che i big di Fdi che si sono occupati del dossier danno per acquisito un intervento della Corte costituzionale su almeno uno dei due punti e non ne sono particolarmente preoccupati.