Grande popolo in piccolo Stato

Si conclude oggi il dibattito sull'identità nazionale lanciato dal <em>Giornale</em> martedì scorso con un intervento di Eugenio Di Rienzo. <a href="../cultura/essere_italiani_ecco_cosa_pensano_lettori/12-01-2010/articolo-id=413280-page=0-comments=1"><strong>E</strong><strong>cco cosa ne pensano i lettori</strong></a>.
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Italiani si nasce ma si può morire, anche da vivi. Ci sono italiani che hanno smesso di esserlo vita natural durante e italiani che continuano ad esserlo nonostante lo neghino. Italiani si nasce ma si può anche diventare. Ci sono italiani elettivi, per scelta e non per diritto di voto, che meritano la cittadinanza e la definizione. L’identità attiene alle origini e alle radici ma non è un fossile; l’identità mobile, che muta nella continuità e si trasmette, si chiama tradizione.

L’italianità è sì un fattore naturale ma anche culturale; la biologia conta quanto la storia, la geografia e il pensiero. Gli italiani non sono una razza, diceva Flaiano, ma una collezione. Penso che l’identità nazionale in generale, e quella italiana in modo particolare, non siano capricci della storia ormai superati dal tempo. Penso anzi, che perduto il patriottismo in armi e sacri confini, con la relativa identificazione dello Stato con la Nazione, le identità dei popoli siano diventate culturali, civili, caratteriali. Più liquide e fluttuanti ma più essenziali, come l’acqua, il sangue, lo sperma e la saliva. E non solo: nell’epoca della globalizzazione e dell’uniformità avere un’identità culturale di popolo è una ricchezza, un bene da preservare. Torno a dire che se le nazioni hanno una personalità, l’italianità è una delle personalità più spiccate al mondo. La nostra è un’identità culturale forte ed un’appartenenza istituzionale debole: siamo una grande nazione ed un piccolo stato, anzi una superpotenza mondiale quanto a beni culturali, artistici e storici ma anche civili, creativi, gastronomici e un modesto Paese quanto ad apparato tecnologico, militare ed economico. Grande personalità, medio-piccola statura.

La storia dell’italianità è assai più lunga e prestigiosa della storia dello Stato unitario. Otto secoli di lingua, una civiltà fortemente connotata dall’essere sede della romanità e poi del cattolicesimo, una nazione disegnata dalla geografia perché circondata dal mare e da un arco alpino; una nazione culturale fiorente da secoli. Prima di Cavour, dei Savoia e di Garibaldi, l’Italia fu fatta da Dante, Petrarca e Machiavelli. La lingua, la letteratura e l’intelligenza fondarono l’Italia prima delle armi, dei regni e degli ordinamenti.

Il sale della sua identità è la diversità, è un Paese non grande ma ricco di varietà, non solo tra sud e nord, ma tra provincia e città, tra entroterra e costa, tra versante orientale e versante occidentale. La sua unificazione politica e statuale fu tardiva e discutibile, con tante zone d’ombra coperte dalla retorica e dall’omertà, e con ragioni e passioni rispettabili che militavano dalla parte opposta; ma l’unificazione fu un atto giusto e necessario che merita di essere celebrato. L’italianità è un carattere, un marchio in cui si sintetizzano le virtù e i vizi del Paese; è un Paese poco organizzato, solitamente mal guidato dalle sue scarse classi dirigenti, allergico alle responsabilità personali e al riconoscimento dei meriti, incline alle mafie e alle consorterie, dominato dalla furbizia, con un senso cinico che sovrasta il senso civico. Un Paese che fugge nell’individualismo quando deve assumersi responsabilità di popolo, e si rifugia nel collettivismo o nell’ammuina quando deve assumersi responsabilità personali. Un Paese difficile da amministrare, proibitivo da governare. Ma allo stato sfuso e liquido, quando si giudica la qualità della sua vita e le sue creazioni, quel che chiamo «Madre in Italy» - sintesi di ingegno, intraprendenza, mammismo e familismo - l’italianità resta un’impronta di vitalità straordinaria che non merita di essere soffocata.

Scoprendo la forza e il fascino dell’italianità, ovvero la sicurezza della propria identità, è possibile anche integrare gli stranieri, da un verso accogliendo la loro identità e dall’altro favorendo la loro integrazione. Ma perché questo avvenga è necessario che ci sia un’identità forte, sentita e larga. A questo Paese è mancata una religione civile, ovvero un senso comune fondato sulla propria tradizione civile e religiosa, sulla propria storia e sul valore delle esperienze tramandate; il sentire religioso ha sempre fatto a pugni con la lealtà istituzionale. È mancata la sobria fierezza di essere italiani, preferendo sbandare tra l’autodenigrazione e l’autoesaltazione, ora perdendo in sobrietà ora in fierezza. La religione civile è il fondamento del sentire comune, e dunque del senso dello Stato e della comunità.

Il centralismo dello Stato unitario italiano, a mio parere, fu una necessità. Anche se innaturale agli italiani e importato dal modello napoleonico francese, servì a compattare un Paese sparso e svogliato, dette un’ossatura istituzionale all’Italia e consentì quella modernizzazione, alfabetizzazione e quella crescita lungo il corso di cent’anni e più. Smise di funzionare quando scoppiò la febbre del ’68 che in Italia fu cronica e dissolutiva; quando la partitocrazia perse gli ultimi argini civili e morali, quando la demagogia dei sindacati e la follia delle Regioni distrusse il residuo spirito pubblico del Paese.
Oggi i nemici d’Italia non sono gli immigrati, che costituiscono a volte un problema a volte una risorsa, ma che non sono i nemici d’Italia più di quanto non lo sia la riduzione del Paese a periferia pacchiana della globalizzazione, colonia della peggiore americanizzazione. I veri nemici d’Italia sono gli italiani stessi, l’idea di un Paese spompato e sfiduciato, degradato e involgarito, che non fa più figli e ha paura di tutto, a cominciare dall’ombra di se stesso. Un Paese egoista e sfamigliato, schiavo come pochi della dipendenza tecnologica, da auto, telefonino, video, e comodità, atrofizzato nelle sue funzioni vitali dalla tecnologia e dai farmaci, allergico a pensare e a cercare. Un Paese vecchio e stanco, leggermente putrefatto, i cui abitanti preferiscono sentirsi contemporanei più che connazionali.
A costo di passare per platonico dirò una mezza eresia: l’italianità esiste, gli italiani un po’ meno. Il disegno civile e culturale che dovrebbe animare questo Paese e risvegliare le sue energie, è quello di far combaciare l’italianità con i suoi legittimi e spesso ignari portatori. Via, un po’ d’amor patrio, che è poi l’amor proprio di una comunità, il volersi bene nella storia, nell’anima e nel corpo di una comunità nazionale.
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