A poche ore dall’annuncio di Donald Trump sulla fine del cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran (a meno di un mese dal raggiungimento dell’intesa provvisoria) le forze statunitensi hanno colpito obiettivi in Iran per il secondo giorno consecutivo. I nuovi raid, si legge in un post pubblicato su X dall’Us Central Command, sono stati condotti su ordine del presidente “per indebolire ulteriormente la capacità dell’Iran di minacciare la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz”. Sul suo account su Truth, il tycoon ha descritto i blitz della scorsa notte come una “ritorsione per il bombardamento di ieri delle navi da parte dell’Iran” avvertendo che “se dovesse succedere di nuovo, la situazione peggiorerebbe di molto”.
Fonti consultate dal sempre ben informato Axios hanno affermato che l’esercito americano ha colpito obiettivi della Repubblica Islamica vicino allo Stretto. Tra questi, radar costieri militari, postazioni di missili antinave e sistemi di difesa aerea. La portata dei blitz sarebbe stata più ampia rispetto a quella di martedì e, per la prima volta dall’8 aprile, giorno in cui è stato raggiunto il cessate il fuoco, Washington ha preso di mira infrastrutture collocate in profondità in territorio iraniano colpendo due ponti ferroviari nel nord-est del Paese.
I media del regime degli ayatollah hanno riferito che sono stati registrati attacchi Usa a Bandar Abbas, Sirik Chabar, sull’isola di Lavan e in altre zone lungo la costa meridionale dell’Iran. Teheran avrebbe reagito lanciando attacchi contro basi Usa in Kuwait e Bahrein.
Funzionari statunitensi citati in forma anonima da Axios hanno fatto sapere che la Casa Bianca si prepara a quello che potrebbe diventare uno scambio di fuoco della durata di diversi giorni o addirittura di diverse settimane. La durata e la gravità della nuova campagna, precisano le fonti del sito, dipendono interamente dalle prossime mosse di Teheran. “Gli daremo una lezione così capiranno che non stiamo scherzando”, ha dichiarato un insider consultato da Axios. L’amministrazione repubblicana riterrebbe di avere maggiore margine di manovra per un’escalation in quanto nelle ultime settimane centinaia di petroliere sono riuscite a lasciare l’area del Golfo attraverso lo Stretto e ciò avrebbe attenuato le preoccupazioni per eventuali aumenti di prezzi del petrolio.
Dopo gli eventi delle ultime ore, la diplomazia sembra dunque tornare di nuovo in alto mare. Un segnale distensivo, non del tutto a sorpresa, l’ha voluto inviare Trump poco dopo l’avvio dei nuovi raid. Ai giornalisti a bordo dell’Air Force One il tycoon ha affermato che gli iraniani hanno “chiamato poco fa” e “volevano raggiungere un accordo”. Il presidente americano ha quindi proseguito sostenendo di non sapere se la controparte rispetterebbe un accordo. “A dire il vero, sono un po’ pazzi”, ha aggiunto il miliardario.
Mohammad Bagher Ghalibaf, il principale negoziatore iraniano, ha intanto accusato Washington di “intimidazione e violazione delle promesse” e ha avvertito che lo Stretto verrà riaperto solo alle condizioni di Teheran. Vista da Washington, l’attuale escalation deriverebbe dalla frustrazione degli elementi più radicali all’interno della frammentata leadership iraniana, i quali ritengono che l’intesa con gli americani non abbia portato benefici concreti a Teheran.
Peraltro, segnali di tensioni interne al Paese si sarebbero registrate in occasione delle cerimonie funerarie in onore dell’ex ayatollah Ali Khamenei, ucciso nelle prime ore dell’operazione Epic Fury. Stando a quanto riportato dal New York Times, la fazione oltranzista della Repubblica Islamica ha preso di mira i funzionari governativi impegnati nel difficile dialogo con gli Stati Uniti.
Il presidente Pezeshkian sarebbe stato attaccato dalla folla lunedì scorso e portato via dalla sua scorta visibilmente scosso. Un episodio simile avrebbe interessato lo stesso giorno anche il ministro degli Esteri Abbas Araghchi inseguito dai manifestanti in un vicolo durante il funerale.