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Chi sono gli Houthi e perché hanno colpito Riad: lo Yemen riapre il fronte più pericoloso della guerra in Medio Oriente

Dalle montagne yemenite all’aeroporto della capitale saudita, il movimento sciita sostenuto dall’Iran è tornato a minacciare gli equilibri regionali

Houthi

Dodici morti e oltre trecento feriti, questo il bilancio dell’attacco all’aeroporto di Riad messo a segno ieri dai ribelli Houthi. La coalizione a guida saudita che combatte in Yemen ha definito l’attacco un “vero e proprio crimine di guerra”. Il portavoce, il maggiore generale Turki al-Malki, ha affermato che la coalizione “risponderà con decisione a questo attacco terroristico in conformità con il diritto internazionale umanitario consuetudinario”.

Il fronte torna a incendiarsi

Dietro l’offensiva contro Riad si intrecciano il controllo delle rotte petrolifere, la rivalità con l’Arabia Saudita e la guerra tra Washington e Teheran. Ma gli Houthi non sono soltanto proxy e pedina iraniana: possiedono un’agenda politica e territoriale propria, che rischia di trascinare il Golfo in un baratro ulteriore.

L’attacco all’aeroporto internazionale King Khalid è il segnale che uno dei fronti più instabili del Medio Oriente è tornato a incendiarsi. La scelta dell’obiettivo, ben ponderata. Colpire uno dei principali snodi dell’aviazione saudita significa mettere in discussione la capacità di Riad di garantire la sicurezza del proprio territorio, danneggiare i collegamenti internazionali e proiettare un’immagine di instabilità nel cuore economico e politico del regno. L’offensiva è arrivata, inoltre, alla vigilia di importanti appuntamenti internazionali dedicati all’energia e agli investimenti, proprio mentre l’Arabia Saudita cerca di consolidare la propria aspirazione di potenza regionale stabile e attrattiva per i capitali stranieri.

Alle origini del movimento

Per comprendere cosa covi dietro l’attacco a Riad bisogna risalire alle origini di Ansar Allah, il movimento politico, religioso e militare comunemente conosciuto come Houthi, dal nome della famiglia che ne ha guidato l’ascesa. Nato nello Yemen settentrionale, il gruppo affonda le proprie radici nello zaidismo, una corrente dell’islam sciita storicamente radicata nelle regioni montuose al confine con l’Arabia Saudita.

La sua storia, tuttavia, non può essere ridotta banalmente all’atavica competizione confessionale tra sciiti e sunniti. Gli Houthi si sono affermati come movimento di opposizione al potere centrale yemenita, denunciando l’emarginazione politica ed economica delle regioni settentrionali e la crescente influenza straniera sul Paese. Nel corso degli anni Duemila, la contrapposizione con il governo di Sanaa si è trasformata in una serie di conflitti armati, contribuendo alla progressiva militarizzazione del movimento.

La svolta è arrivata con la Primavera araba del 2011 e il successivo indebolimento delle istituzioni yemenite. Approfittando della frammentazione politica e militare, nel 2014 gli Houthi hanno conquistato con la forza e il terrore la capitale Sanaa, estendendo progressivamente il proprio controllo su ampie porzioni del territorio nazionale. L’anno successivo l’Arabia Saudita è intervenuta alla guida di una coalizione militare araba per sostenere il governo internazionalmente riconosciuto e contrastare l’avanzata dei ribelli.

I più indipendenti tra i proxy iraniani

Ma per soppesare la complessa scacchiera di questo angolo di mondo, considerarli semplicemente un’estensione dei Pasdaran iraniani sarebbe fuorviante. Gli Houthi conservano una propria autonomia strategica e perseguono obiettivi profondamente legati agli equilibri interni dello Yemen. A differenza di Hezbollah e di altri proxy iraniani come alcune milizie irachene, inoltre, la loro tradizione religiosa non comporta lo stesso rapporto di subordinazione all’autorità suprema iraniana. L’appoggio di Teheran resta fondamentale, ma non annulla gli interessi specifici del gruppo.

Questo mix letale di radicamento territoriale, capacità militare e legami internazionali rende gli Houthi un attore potente, sebbene di piccole dimensioni, ma particolarmente difficile da neutralizzare. Il gruppo è arrivato a impiegare missili balistici e droni contro infrastrutture petrolifere, aeroporti e obiettivi strategici sauditi ed emiratini. La loro forza è dunque passata dal “semplice” controllo di una porzione di Yemen a un effetto letale e deterrente nei confronti dei giganti dell’area.

Anche Washington si trova davanti a una scelta complessa. Un intervento diretto contro gli Houthi potrebbe rafforzare le difese saudite, ma rischierebbe di ampliare ulteriormente un conflitto già esteso su più fronti. L’Arabia Saudita, dal canto suo, sta cercando sponda anche in Pakistan e Turchia, mentre la pressione sulle sue capacità di difesa aerea evidenzia le difficoltà di fronteggiare attacchi ripetuti con missili e droni.

Al netto delle capacità Houthi di colpire i nemici, vi è da chiedersi, infine, quanto a lungo l’Arabia Saudita possa sostenere una nuova campagna militare senza compromettere la propria sicurezza interna. Dopo oltre dieci anni di bombardamenti, il movimento ha dimostrato di poter sopravvivere alla superiorità militare dei propri avversari.

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