Tre ore di incontro tra le rispettive delegazioni e, come per magia, la trattativa tra Stati Uniti e Iran riprende quota a margine dell’Assemblea generale dell’Onu. Ribadito alla platea che con Teheran sarà «accordo o inferno», Donald Trump si era già detto disposto a dare il via libera a colloqui con i rappresentanti della Repubblica islamica prima del suo discorso, se le condizioni fossero state «favorevoli».
E così evidentemente è stato. L’incontro - dice il tycoon - è andato «molto bene». E l’ottimismo del presidente è emerso anche dalle sue parole all’assemblea, durante la quale il leader della Casa Bianca si è detto fiducioso che un’intesa con il regime arriverà dopo le elezioni di midterm, perché gli iraniani «vogliono vedere come andrò».
La diplomazia è dunque al lavoro al Palazzo di Vetro, con i Paesi arabi in pressing adesso che il Medioriente «attraversa una delle sue fasi più pericolose», spiega il leader del Qatar, lo sceicco Tamim Al Thani, mediatore fra Washington e Teheran. A New York è presente il presidente Masoud Pezeshkian, il più alto funzionario di Teheran a entrare negli Stati Uniti da febbraio, inizio della guerra, e leader pragmatico del regime che parlerà oggi all’Assemblea e si è mostrato fin qui il più dialogante con gli Usa. L’altro «big» della Repubblica islamica, il ministro degli esteri Abbas Araghchi, dotato di scorta fornita dagli Stati Uniti, come da sua richiesta, ieri ha incontrato Antonio Tajani, il vicepremier e omologo italiano che ha insistito sulla necessità di trovare un’intesa, sul mantenimento di un canale aperto con Teheran ma anche sul «no» deciso al nucleare nelle mani del regime degli ayatollah, spiegando che l’assenza della presidente del Consiglio Giorgia Meloni «non è legata a nessuna frizione con gli Stati Uniti».
Tajani e Araghchi hanno parlato a margine dell’Assemblea anche di Libano, Yemen e - inevitabilmente - dei due stretti nel mirino dell’estremismo islamista, Bab el-Mandeb sul Mar Rosso e Hormuz nel Golfo Persico. E proprio dalla questione commerciale ed economica all’origine della crisi energetica e degli approvvigionamenti globali potrebbero aprirsi spiragli, se non di un accordo, almeno della ripartenza di una trattativa. Teheran sarebbe pronta a riaprire Hormuz in 7 giorni se gli Usa revocheranno il blocco imposto allo Stretto, che sta strozzando l’economia del regime insieme alle sanzioni americane. Ma per la prima volta il regime degli ayatollah avrebbe inserito tra le sue richieste anche quella di revocare il blocco statunitense contro gli Houthi in Yemen, basato su difesa attiva contro droni e missili degli estremisti filo-Teheran, pattugliamento navale e interdizione delle forniture militari. Ad aver convinto gli iraniani che un’intesa è ancora possibile, pur alzando la posta, ha contribuito la decisione di Trump di evitare, almeno per ora, nuovi raid sull’Iran e anche il «no» americano a nuovi bombardamenti in Yemen contro le milizie sciite, chiesti dagli alleati sauditi, ma ai quali il presidente ha rinunciato, in questa fase, per lasciare aperta la porta della trattativa e non scatenare altro caos. La proposta iraniana di riapertura di Hormuz sarebbe già stata recapitata ai mediatori. Ma tutte le opzioni restano ancora sul tavolo da parte americana, mentre Londra offre sostegno all’Arabia Saudita colpita dagli Houthi e schiera un aereo Voyager della Royal Air Force per rifornire in volo i jet sauditi impegnati nella difesa. Da Riad, intanto, arriva un’ottima notizia per gli approvvigionamenti energetici mondiali. L’oleodotto Est-Ovest, colpito dieci giorni fa su ordine degli Houthi, riparte in queste ore con le esportazioni dal porto di Yanbu, sul Mar Rosso. Una boccata d’ossigeno per i sauditi e per il mondo.
