I piccoli quadricotteri che per mesi hanno terrorizzato la riva destra del Dnipro non sono più un’anomalia locale: la logica del “caccia all’uomo” con droni a corto raggio — economici, maneggevoli, spesso armati con piccoli ordigni o usati come kamikaze — sta diventando una componente stabile della pressione russa sulle retrovie immediate del fronte. E con un raggio operativo che può arrivare fino a 25 chilometri, la linea tra “prima linea” e città abitate si assottiglia.
"Un incontro ad alta priorità sul progresso della difesa aerea anti-droni a corto raggio. Stiamo rafforzando significativamente questa componente all'interno dell'Aeronautica Militare delle Forze Armate ucraine" e "in primo luogo, la protezione contro i droni russi deve essere rafforzata nelle nostre città, come Kherson e Nikopol, così come nelle comunità di confine della regione di Sumy, dove i russi hanno sostanzialmente istituito un 'safarì continuo contro i civili", scrive su X Volodymyr Zelensky. "Ogni giorno colpiscono edifici residenziali, infrastrutture ordinarie e trasporti civili. Abbiamo bisogno di una protezione più forte e di un'azione più decisa in risposta", ha sottolineato.
Kherson, laboratorio del terrore a bassa quota
Secondo un rapporto di Human Rights Watch, dalla metà del 2024 le forze russe hanno intensificato l’uso di droni quadricotteri per colpire civili e oggetti civili nell’area di Kherson, documentando almeno 45 attacchi in due località (Antonivka e Dniprovs’kyi) che “apparivano deliberatamente” diretti contro persone e infrastrutture non militari. HRW riferisce di aver verificato in diversi casi le testimonianze con video pubblicati su canali Telegram affiliati a militari russi, un dettaglio che rafforza l’ipotesi dell’intenzionalità nel colpire bersagli civili riconoscibili dall’operatore.
Il punto tecnico, spesso sottovalutato, è che non servono piattaforme sofisticate per ottenere un effetto strategico: gli stessi droni sono piccoli (anche sotto i 40 cm), pilotabili con controller portatili e con una portata “tipicamente tra 5 e 25 chilometri”. In altre parole: se una postazione di lancio e controllo si avvicina abbastanza, una zona urbana diventa “raggiungibile” senza bisogno di missili o bombardieri.
La qualificazione ONU: “crimini contro l’umanità”
Il salto di qualità non è solo tattico ma anche giuridico. Il 28 maggio 2025, una comunicazione dell’Ufficio dell’Alto Commissario ONU per i Diritti Umani ha concluso che gli attacchi con droni contro civili nella provincia di Kherson sono stati “diffusi, sistematici” e condotti come parte di una politica coordinata; la Commissione conclude che le forze armate russe hanno commesso il crimine contro l’umanità di omicidio e il crimine di guerra di attacchi intenzionali contro civili. Il comunicato parla di quasi 150 civili uccisi e “centinaia” feriti in Kherson città e 16 località (secondo fonti ufficiali), con civili colpiti mentre camminano, guidano o svolgono attività quotidiane.
Nell’est del Paese, la minaccia dei droni FPV (first-person view) è ormai parte della cronaca quotidiana: Le Monde descriveva già lo scorso anno come le squadre di emergenza nel Donbass operino sotto una minaccia costante che satura i cieli e costringe anche i conducenti a guidare “guardando il cielo”. E a Kramatorsk — il centro logistico e simbolico del Donetsk controllato da Kyiv — diversi reportage internazionali hanno raccontato l’intensificazione dell’uso combinato di droni e munizionamento aereo nella regione, dentro un conflitto sempre più automatizzato.
Verso Zaporizhzhia: la portata come fattore strategico
Quando droni piccoli ma letali possono arrivare fino a 25 km, il rischio cresce in qualunque città che si trovi entro quel raggio rispetto a posizioni avanzate, vie d’acqua o corridoi di penetrazione. Sul terreno, Zaporizhzhia e la sua regione sono già nel mirino. Ieri, Reuters ha riportato un attacco con droni nella regione: tre morti e tre feriti, con edifici privati distrutti o danneggiati, e un conteggio regionale di centinaia di colpi in 24 ore secondo il governatore. Il quadro generale è quello di una pressione crescente attraverso sciami e ondate: la stessa notte, sempre secondo Reuters, l’aeronautica ucraina ha parlato di 105 droni lanciati, con 84 abbattuti.
Dentro questo scenario, i “droni-safari” sono l’anello più inquietante: non mirano solo a distruggere un obiettivo, ma a rendere invivibile uno spazio, paralizzare i
soccorsi, spezzare la routine, forzare spostamenti. È precisamente il nesso che l’Onu descrive quando parla di attacchi “diffusi e sistematici” che seminano terrore e che stanno spingendo la popolazione a fuggire.