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Guerra

Droni e super missili: cambio di passo russo e spettri ucraini

La tattica, sviluppata nell’ultimo anno, consente ai russi di contenere le perdite e creare una ragnatela di postazioni capaci di indirizzare droni e bombe plananti sulle unità nemiche

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«Stiamo lentamente, ma gradualmente perdendo la guerra». La doccia fredda - capace di congelare gli ottimismi europei - arriva dall’ex-ministro della Difesa ucraino Mikhaylo Fedorov. Poche parole sufficienti a far capire che la speranza di mettere in ginocchio la Russia grazie alle incursioni dei droni sulle raffinerie e sui centri logistici di Mosca era un’illusione. Un gioco di specchi alimentato dalle forniture tecnologiche e dall’intelligence dei paesi europei, con Francia e Gran Bretagna in testa, che ha contribuito ad obnubilare la realtà del fronte terrestre. Lì - rivela l’analista militare ucraino Oleksandr Kovalenko - gli incursori russi combattono a 12/13 chilometri dalla cintura difensiva di Sloviansk e Kramatorsk, le ultime due città del Donetsk ancora sotto il controllo di Kiev. «Solo nella terza settima di agosto - spiega Kovalenko - le forze russe hanno acquisito il controllo di 21 chilometri quadrati di territorio». A questo ritmo - secondo l’analista - le prime incursioni nelle due città potrebbero avvenire già a dicembre. Timori condivisi da Kostyantyn Mashovets, un altro esperto militare ucraino preoccupato dalla crescente capacità russa d’infiltrare squadre di tre o quattro elementi dietro una linea di difesa ucraina sempre più rarefatta a causa della mancanza di soldati.

La tattica, sviluppata nell’ultimo anno, consente ai russi di contenere le perdite e creare una ragnatela di postazioni capaci di indirizzare droni e bombe plananti sulle unità nemiche. Kiev nel frattempo resta lontanissima dalla quota di 30mila arruolamenti mensili indispensabili per la difesa del fronte. A questo s’aggiungono gli enormi problemi finanziari. Il budget del ministero della Difesa, gestito fin qui da Fedorov presenta, secondo il presidente Volodymyr Zelenskiy, un buco di 27 miliardi a cui si è posto rimedio attingendo al credito Ue di 90 miliardi. Una mancanza di fondi che costringe Kiev a rinunciare sia alla fabbricazione dei missili Flamingo, usati per colpire infrastrutture russe fino a 3mila chilometri di distanza, sia alle testate Neptune vero spauracchio della flotta russa del Mar Nero. E questo nonostante costi di produzione molto più bassi rispetto agli analoghi missili occidentali. A tutto ciò s’aggiunge la mancanza di missili Patriot diventati dopo la guerra con l’Iran merce rara per gli stessi americani.

Ad aumentare le difficoltà di un’Ucraina priva di intercettori e alla mercé delle testate russe s’aggiungono le innovazioni tecnologiche di Mosca. L’esempio più concreto è il Banderol (in russo «pacchetto») un ibrido tra un drone kamikaze e un missile cruise capace di modificare la rotta mentre viene guidato verso obbiettivi distanti fino a cinquecento chilometri. Grazie a costi di produzione inferiori ai 300mila euro la Russia ne sforna oltre cento al mese. Un ritmo produttivo che le ha permesso di martellare le infrastrutture logistiche e i porti del Mar Nero azzerando l’export ucraino di cereali.

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