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Guerra

Il petrolio resta sopra i 100 dollari: l’Arabia Saudita perde la sua via di fuga

Aramco prepara nuove rotte per compensare il blocco dell’oleodotto East-West, ma per l’Europa arrivano le prime cancellazioni

Non più solo petrolio: la strategia dell'Arabia

Il prezzo del petrolio torna a essere il termometro più sensibile della crisi mediorientale. Il Brent resta sopra i 100 dollari al barile mentre il mercato cerca di capire quanto durerà la paralisi dell’infrastruttura che, fino a pochi giorni fa, consentiva all’Arabia Saudita di esportare greggio evitando lo Stretto di Hormuz. La flessione delle ultime sedute riflette soprattutto le notizie sui tentativi sauditi di recuperare parte dei flussi attraverso rotte alternative, più che un ritorno alla normalità.

Il punto debole dell’Arabia Saudita

È proprio questa la contraddizione che oggi domina il mercato: il prezzo scende rispetto ai picchi della settimana, ma la disponibilità fisica del greggio resta sotto pressione. Saudi Aramco avrebbe comunicato ad almeno due clienti europei della raffinazione che a ottobre non riceveranno il greggio saudita previsto dai contratti. La notizia si aggiunge alle precedenti cancellazioni o rinvii di alcune spedizioni verso raffinerie europee.

Al centro della crisi, l’East-West Pipeline, una delle infrastrutture energetiche più importanti del regno. L’oleodotto attraversa l’Arabia Saudita per circa 1.200 chilometri e collega i giacimenti e gli impianti della parte orientale del Paese con Yanbu, sul Mar Rosso. La sua funzione strategica è evidente: permette al greggio saudita di raggiungere il mercato senza dover attraversare lo Stretto di Hormuz.

Tre stazioni di pompaggio al servizio del vitale gasdotto sono state danneggiate in un attacco la scorsa settimana, una in più rispetto a quanto stimato in precedenza, e i tempi di riparazione non sono chiari, secondo le immagini satellitari la riparazione dei danni potrebbe richiedere dalle cinque alle sei settimane. Prima dell’attacco la condotta movimentava circa 4-5 milioni di barili al giorno, una quantità equivalente al 4-5% dell’offerta mondiale di petrolio.

La nuova geografia dei barili

L’Arabia Saudita sta cercando di aggirare il problema utilizzando maggiormente le proprie infrastrutture marittime. Aramco punta ora a movimentare circa 60 milioni di barili tra settembre e ottobre dal terminale di Ras Tanura, nel Golfo, attraverso trasferimenti nave-nave al largo di Sohar, in Oman. Si tratta di un flusso equivalente a circa 1-1,5 milioni di barili al giorno ma destinato soprattutto ai compratori asiatici.

La strategia consente di recuperare una parte delle esportazioni perdute attraverso Yanbu, ma ha un costo. Le tariffe per le superpetroliere sono salite a livelli molto elevati e la logistica è diventata più complessa e rischiosa. Il petrolio può continuare a muoversi, ma deve farlo attraverso percorsi più lunghi, più costosi e più esposti alle tensioni militari.

L’Asia, almeno per ora, sembra avere una maggiore capacità di assicurarsi barili sauditi. Raffinerie di Cina, India, Giappone e Corea del Sud sono tra i compratori interessati ai carichi movimentati attraverso la soluzione marittima alternativa. Per l’Europa, invece, il quadro appare più complicato.

Emblematico il caso polacco. La compagnia petrolifera integrata polacca Orlen PKN.WA si starebbe affrettando a trovare carichi di petrolio greggio nel Mare del Nord e in altre zone per sostituire le importazioni saudite interrotte. Nel 2022 Aramco è diventata il principale fornitore di petrolio di Orlen e ora ne fornisce circa il 40%, contribuendo a ridurre la dipendenza dal petrolio russo. Orlen avrebbe scelto via aste greggi del Mare del Nord. Ha inoltre partecipato ad aste per greggi provenienti da altre zone, tra cui il WTI statunitense Midland e il CPC Blend kazako.

Un mercato già profondamente alterato

I dati dell’Agenzia internazionale dell’energia indicano che i Paesi europei appartenenti all’area OCSE importavano a giugno circa 577.000 barili al giorno di greggio saudita. Parte di questi volumi raggiunge l’Europa attraverso Yanbu, il Mar Rosso, il canale di Suez e il sistema egiziano SUMED. Se la capacità dell’East-West Pipeline resta compromessa, l’intera catena logistica entra sotto pressione.

L’ultimo Oil Market Report dell’IEA, pubblicato l’11 settembre, fotografa un mercato profondamente alterato. Ad agosto la produzione mondiale di petrolio è scesa di 1,6 milioni di barili al giorno rispetto a luglio, a 100,1 milioni di barili al giorno. Più di 10 milioni di barili al giorno di produzione nel Golfo risultavano ancora fermi a causa dei rischi per la sicurezza.

Ancora più significativo è il dato sulle scorte: secondo l’IEA, le riserve petrolifere mondiali osservate sono diminuite di altri 95 milioni di barili ad agosto, portando a 507 milioni di barili il calo cumulato dall’inizio della crisi, pari a una media di 2,8 milioni di barili al giorno.

Anche la raffinazione sta mostrando le conseguenze della crisi. I margini di raffinazione nel bacino atlantico hanno raggiunto livelli record ad agosto, soprattutto a causa dell’aumento dei margini sul diesel, mentre i costi dei trasporti marittimi sono cresciuti con l’aumento dei rischi per la sicurezza.

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