La recente pubblicazione di un rapporto del Pentagono sull’operazione Epic Fury, il conflitto che ha contrapposto gli Stati Uniti e l’Iran e che si è esteso ad altri Paesi del Golfo Persico, ci permette di indicare le prime lezioni apprese da quell’operazione bellica.
I “numeri” di Epic Fury
Epic Fury è cominciata il 28 febbraio 2026 per concludersi il 7 aprile e in questo arco temporale le forze statunitensi hanno lanciato attacchi aerei e terrestri contro una vasta gamma di obiettivi militari in Iran.
L’ammiraglio Brad Cooper, comandante del CENTCOM (il Comando Centrale USA che gestisce le operazioni militari in un vasto teatro che va dal Medio Oriente all’Asia), ha riferito a maggio che le forze statunitensi hanno colpito circa 13500 obiettivi effettuando circa 36mila sortite di combattimento e oltre 1800 missioni di fuoco. Per quanto riguarda le forze aeree dell’U.S. Air Force, 500 aerei da combattimento hanno effettuato una media di 250 sortite al giorno, raggiungendo un totale di circa 10mila sortite in 38 giorni durante la fase più intensa del conflitto.
Gli attacchi condotti durante la fase principale delle operazioni hanno preso di mira postazioni di missili balistici iraniani, siti di difesa aerea, depositi di missili da crociera e sistemi aerei senza pilota, centri di comando e controllo, risorse navali e mezzi per la posa di mine navali, nonché la base industriale della difesa di Teheran.
Le operazioni del CENTCOM hanno inoltre colpito risorse iraniane che minacciavano lo Stretto di Hormuz, effettuando attacchi contro obiettivi navali e di difesa costiera, conducendo anche operazioni di difesa aerea attiva contro minacce aeree ostili lungo lo Stretto, transiti dimostrativi attraverso di esso e operazioni di ricerca mine mediante veicoli sottomarini senza pilota.
Gli Stati Uniti hanno condotto anche attività di contromisure mine nelle acque di Hormuz con l’obiettivo di preservare la libertà di navigazione, proteggere il traffico mercantile internazionale e scoraggiare la posa di mine da parte dell’avversario.
L’Ufficio del Sottosegretario alla Guerra ha stimato che il costo dell’operazione Epic Fury è stato di 33,4 miliardi di dollari alla data del 29 giugno. Tale stima comprende 22,3 miliardi per le munizioni consumate e 3,7 miliardi per perdite di equipaggiamento. Complessivamente, 50mila militari statunitensi sono stati impiegati durante il conflitto.
Il CENTCOM, riferisce ancora il rapporto ufficiale, ha dichiarato di aver costantemente valutato la minaccia alle basi e alle postazioni delle forze man mano che il livello di rischio evolveva nel corso della campagna, adeguando di conseguenza la dislocazione, il posizionamento e la postura dei sistemi di difesa aerea, inclusi quelli di contrasto agli UAV. Il Comando ha inoltre istituito comitati decisionali incaricati di fornire raccomandazioni al comandante della difesa aerea in merito agli adeguamenti opportuni.
Scarsa difesa passiva e situational awareness
Questo ci porta direttamente alla prima criticità – e lezione – emersa durante il conflitto, ovvero la protezione delle installazioni militari statunitensi nell’area mediorientale, e, in ultima analisi, di tutte le installazioni militari e assetti presenti nella regione.
Gli attacchi di saturazione effettuati dagli iraniani, utilizzando droni one way e missili balistici, hanno reso immediatamente evidente la scarsa protezione passiva delle basi statunitensi/alleate e l’insufficiente consapevolezza situazionale a lungo raggio. I centri di comando e controllo raramente si trovavano in edifici corazzati o in bunker sotterranei, mentre i velivoli venivano parcheggiati in file ordinate a ridosso delle piste di decollo e rullaggio, senza nessun tipo di dispersione sul sedime aeroportuale e senza alcun tipo di protezione passiva, nemmeno improvvisata rappresentata da semplici muraglioni di sacchi di sabbia.
Un attacco come quello effettuato a marzo sulla base saudita Prince Sultan situata ad Al Kharj, non lontano da Riad, che ha danneggiato parecchie aerocisterne tipo KC-135 presenti oltre ad aver distrutto un aereo AWACS, molto probabilmente avrebbe sortito meno danni se gli aerei fossero stati dispersi lungo la base e sistemati al riparo di protezioni improvvisate adeguate.
Dal punto di vista della difesa delle basi, poi, è lo stesso ex comandante del AFCENT (Il comando dell’U.S. Air Force presso il CENTCOM) generale Derek France a riferire che ci sono ancora delle lacune nella consapevolezza situazionale nello spazio aereo a lungo raggio. Capacità che è fondamentale per evitare di essere colti di sorpresa quando le minacce entrano nella zona di difesa di una base aerea in quanto occorrerebbe sapere quanti UAV/missili sono in arrivo e da che direzione.
Anche il generale France concorda che sia necessaria la costruzione di centri di comando sotterranei, in grado di offrire una protezione intrinseca al personale, perché se si vuole generare potere aereo, servono strutture dove gli equipaggi possano riposare e allontanarsi da potenziali situazioni di pericolo.
Logistic, logistic and logistic
Un altro aspetto da migliorare – come seconda lezione appresa – è la logistica. Secondo gli esperti, il rifornimento delle munizioni è stato insufficiente nelle prime fasi del conflitto, costringendo a razionare l’uso degli armamenti nel corso del tempo.
Questo è stato particolarmente vero per quanto riguarda i missili da difesa aerea e i vettori da crociera: sappiamo già che i depositi statunitensi di Patriot sono stati messi talmente a dura prova dal conflitto che Washington è corsa ai ripari con una cospicua iniezione di fondi per aumentarne la produzione e il rateo di consegna.
La scomoda eredità della War on Terror
La terza e ultima lezione appresa riguarda la flessibilità delle forze: un conflitto come quello contro l’Iran è stato molto diverso da quelli condotti contro il terrorismo e gli insorgenti che si sono combattuti negli ultimi 25 anni e che hanno plasmato dottrine, procedure e anche la stessa industria della difesa.
È necessario quindi ricalibrare gli aspetti tecnici e di intelligence, così come le esigenze logistiche e la capacità di adattamento dei comandanti sul campo rispetto a quanto messo in pratica sino a oggi lungo la ventennale “guerra al terrorismo” e trovare un nuovo equilibrio tra le esigenze del passato, che permangono in alcuni teatri, e quelle del presente, che molto probabilmente saranno quelle dell’immediato futuro in altri teatri come il Pacifico occidentale.
