Altro che negoziati, i pasdaran vogliono la guerra. E la vogliono imporre non solo agli Usa, ma anche alle autorità della Repubblica Islamica pronte a trattare.La scelta è diventata evidente martedì notte quando cinque missili balistici iraniani sono stati intercettati e abbattuti sopra una base americana in Giordania.Stavolta a differenza del passato non si tratta di rappresaglia. Anche perché i raid americani sono fermi dallo scorso fine settimana quando Donald Trump ha ordinato di rilanciare la trattativa.La mossa è stata interpretata dai Guardiani della Rivoluzione come un segnale d’indecisione e debolezza. Indecisione perché Trump, e prima ancora il suo vice JD Vance e molti consiglieri, temono che continuare la guerra serva solo a dilapidare consensi e a rendere più probabile una sconfitta al voto di Midterm di novembre. Debolezza perché stando alle indiscrezioni trapelate dal Pentagono il Capo dello Stato Maggiore Congiunto Generale Dan Caine teme di non avere abbastanza intercettori per difendere uomini e basi in caso di offensiva su Hormuz o di raid sulle infrastrutture nucleari.Alla svolta bellica s’accompagna il rifiuto delle proposte omanite per arrivare ad una riapertura di Hormuz che preveda il versamento di pedaggi volontari simili a quelli pagati dalle navi commerciali in transito nello Stretto delle Molucche.Ma la scelta dei pasdaran risponde anche a ragioni di politica interna. Scegliere il negoziato e la tregua significa rimettere mano ad un’economia al tracollo e alla ricostruzione del Paese. Il tutto affrontando le proteste dell’opinione pubblica più intransigente che rifiuta la trattativa con gli Usa. La guerra, invece, è garanzia di calma sociale. Nessun oppositore oserà infatti sfidare il regime finché Guardiani della Rivoluzione, milizie basiji e militari affrontano un conflitto in cui l’unica legge resta quella delle armi e della violenza indiscriminata.Ma tutto questo rischia di trascinare Donald Trump in un vicolo cieco. Ieri il presidente intervistato da Fox News ha risposto con le solite parole forti alla sfida iraniana. «Li prenderemo a botte ha detto - fino a farli urlare». Minacce a cui non credono più non solo gli iraniani, ma neanche gli americani. E a far paura è proprio il timore che Trump scelga la risposta militare agendo ancora una volta d’impeto e senza aver prima delineato una chiara strategia con i suoi generali. Anche perché affrontare un’escalation con arsenali ridotti e su un territorio dove il nemico ha come unico obbiettivo quello di imporre agli Stati Uniti il maggior numero di perdite è estremamente rischioso.E ad aumentare i rischi s’aggiunge la notizia dell’imminente arrivo in Iran di circa 400 lanciamissili anti-aerei a spalla acquistati dalla Cina al prezzo di circa 70 milioni di dollari. Si tratta di armi capaci di mettere a rischio elicotteri, aerei e droni impegnati nei raid sulle difese iraniane di Hormuz o sulle infrastrutture nucleari. Ma la svolta strategicamente più grave è la decisione cinese di procedere alla vendita. Una scelta dettata non da ragioni commerciali, ma dall’opportunità di approfittare del conflitto con l’Iran per indebolire la potenza militare americana.
