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Guerra

“Guerra anche oltre confine”. Rubio spinge l’Ue a trattare

Il segretario di Stato in visita nel Vecchio Continente cerca sostegno per le trattative in stallo. Mostrando i rischi dell’escalation

U.S. Secretary of State Marco Rubio boards a plane Thursday, Oct. 8, 2026, at Lisbon Airport in Lisbon. (AP Photo/Mark Schiefelbein, Pool)

La guerra in Ucraina è arrivata a un punto nel quale anche Washington sembra avere esaurito le formule per una soluzione vicina. Marco Rubio ha appena definito la situazione uno «stallo strategico» e ha riconosciuto che, allo stato attuale, non si vedono prospettive concrete di un accordo.

È dentro questa ammissione che va letto l’avvertimento rivolto all’Europa. Rubio evoca il rischio che l’escalation produca sabotaggi nei Paesi Nato del fianco orientale e che la guerra esca così dai confini ucraini. Per i governi europei è un argomento potente: serve a spiegare ai cittadini perché sostenere Kiev significhi proteggersi da una crescente aggressività russa. Ma Washington lascia intendere anche l’altra faccia: se le cose peggiorano, a pagarne il prezzo saranno gli europei.

Su questo sfondo entra in gioco la cosiddetta guerra ibrida. Attribuire con certezza un cyberattacco oppure un sabotaggio è spesso difficile, e la formula può diventare uno strumento politico: ricondurre episodi diversi e lontani a un’unica regia russa e ricompattare così il fronte politico interno. Sarebbe però un errore liquidarla come una narrazione di comodo. Alcuni episodi sono stati attribuiti dalle indagini con elementi concreti. Il punto politico è la distanza tra i casi accertati e quelli solo presunti: è in quella zona grigia che si costruisce il consenso.

Tornando alla trattativa, il vero ostacolo non è il cessate il fuoco ma il giorno dopo. Mosca considera incompatibile con qualunque accordo la presenza sul suolo ucraino di truppe europee, anche nell’ambito di una missione di peacekeeping.

Ed è qui che la doppiezza del messaggio di Rubio diventa evidente. Lo stesso argomento, il rischio di un allargamento del conflitto, serve a favorire il sostegno a Kiev e, insieme, a spingere gli europei verso Mosca. Washington chiede di aprire proprio mentre avverte dei costi della chiusura, e di farlo su un tavolo dove l’unica garanzia che gli europei sono pronti a offrire è già stata respinta dall’altra parte.

Il quadro che ne emerge è uno spostamento di baricentro. Nelle prime fasi dell’iniziativa di Donald Trump, Washington metteva alla prova Mosca: sanzioni, scadenze di poche settimane, la domanda ricorrente su quanto Vladimir Putin volesse davvero la pace. Oggi il focus americano nelle trattative sembra essersi spostato dalle pressioni sui russi alla persuasione degli europei. È a loro che si spiegano i rischi dell’escalation, a loro che si chiede flessibilità, a loro che si lascia il compito di rendere sostenibile un’eventuale intesa. Con Mosca, che sul punto decisivo non ha ceduto, che da ultimo si insiste meno.

Il negoziato diventa così anche una trattativa tra Washington e le capitali europee, e il costo di un eventuale fallimento tende a essere presentato come un problema europeo.

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