Si vis pacem para bellum. Se si può dare per certa la conoscenza della massima latina tra i funzionari e gli strateghi di Zhongnanhai (il quartiere del potere nella capitale cinese), non si può affermare con la stessa sicurezza che le massime autorità della Repubblica Popolare siano impegnate a metterla in pratica. A distanza di un paio di mesi dall’incontro tra Xi Jinping e Donald Trump durante il quale il Grande Timoniere ha messo in guardia il presidente americano da un confronto pericoloso tra le due superpotenze su Taiwan, nelle ultime settimane si sono infatti susseguiti una serie di segnali che lasciano intendere come Pechino sia più concentrata nel rafforzamento del dispositivo militare che nella ricerca di una vera e propria distensione. Con buona pace di chi sperava nell’inizio di una nuova pax sinica.
Il 6 luglio, mentre a Washington risuonavano ancora i fuochi d’artificio per le celebrazioni del 250esimo anniversario dell’indipendenza degli Stati Uniti, il Paese erede del Celeste Impero ha lanciato, sul Pacifico e per la prima volta da un sottomarino, un missile intercontinentale (Icbm) con capacità nucleare. La stampa del gigante asiatico ha reso noto che il test dell’ordigno cinese a lungo raggio è stato un successo. Il New York Times ha inoltre riferito che la Cina sta intensificando la sua campagna di pressione contro Tokyo inviando bombardieri nei pressi del Giappone sud-occidentale, detenendo uomini d’affari giapponesi e imponendo restrizioni alle esportazioni di terre rare cinesi.
Per avere poi un’ulteriore e inquietante prova delle minacciose ombre che si stagliano sulle prospettive di pace nella regione, bisogna guardare a quanto scoperto di recente nello Xinjiang. In un remoto sito militare collocato nel deserto cinese di Taklamakan, immagini satellitari hanno rilevato la costruzione in 3D da parte di Pechino di un cacciatorpediniere lanciamissili statunitense di classe Arleigh Burke. A detta degli analisti, la replica fedele della nave della Marina Usa, lunga circa 115 metri e dotata a quanto sembra, come l’originale, di una pista di atterraggio e decollo per elicotteri, permetterebbe alla Repubblica Popolare di testare armi antinave e sarebbe da inquadrare negli incessanti sforzi che l’esercito della Repubblica Popolare sta mettendo in campo in vista di un possibile conflitto con Washington per il controllo di Taiwan.
Non meno rilevanti gli effetti psicologici che il Paese erede del Celeste Impero intende ottenere sui suoi avversari attraverso i test nello Xinjiang. C’è da dire che negli ultimi anni Pechino ha già fatto ricorso alla costruzione di repliche di unità navali nemiche, sebbene in 2D (oltre che del palazzo presidenziale di Taiwan) ed alcune delle riproduzioni in questione erano persino in grado di muovere lungo i binari per simulare la reale velocità delle navi
Il primo ad accorgersi un mese fa dei lavori in corso nel deserto cinese è stato l’analista Joseph Wen, il quale intervistato nelle scorse ore dalla Cnn ha dichiarato che il messaggio che il gigante asiatico intende mandare è che la Cina si sta preparando in ogni momento per la guerra. L’emittente all news sottolinea che in caso di un conflitto per Taiwan, il tipo di cacciatorpediniere ricostruito nello Xinjiang sarebbe tra le prime navi da guerra Usa ad intervenire nell’area di crisi. Un altro esperto consultato dalla Cnn spiega che l’esercito cinese dispone di missili balistici che possono attaccare da ogni angolo e missili da crociera che possono colpire orizzontalmente gli scafi nemici e quindi Pechino sta cercando di combinare e di migliorare le sue capacità militari (note in gergo come Anti-Access/Area Denial).
E sullo sfondo delle nuove minacce cinesi torna dunque adesso a generare timori l’avvicinarsi del 2027, il termine temporale entro il quale, a detta di diversi osservatori, l’esercito Popolare di Liberazione potrebbe tentare l’assalto alla “provincia ribelle”.
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