A parole il disarmo di Hamas sembra a portata di mano. Tanto che una fonte azzarda lo slogan «un’autorità, una legge, una sola arma» come formula capace di sintetizzare l’accordo. Ma prima della sintesi ci vorrebbe un’intesa sulle diverse interpretazioni del piano per disarmare Hamas. Per gli israeliani, siamo di fronte ad una sconfitta e ad una resa incondizionata dell’organizzazione. «Hanno accettato - spiegano fonti dello stato ebraico - lo schema già concordato con i mediatori vari mesi fa. Grazie a meccanismi di controllo intensi e rigorosi si arriverà alla consegna e alla distruzione di tutte le armi pesanti e leggere e dei tunnel».
Ma le certezze israeliane vanno prese con le molle. Anche perché lo Stato Ebraico non ha partecipato ai colloqui del Cairo da cui ieri è saltata fuori la notizia di una prossima intesa. Quei colloqui hanno avuto come protagonisti esclusivi i servizi segreti egiziani e i capi di Hamas.
E infatti l’interpretazione dell’accordo fornita da fonti palestinesi rende assai meno certa la resa incondizionata di Hamas. Secondo quelle fonti il piano finale deve ancora venir messo a punto. E quel che manca è proprio la definizione delle armi da consegnare. Insomma mentre Israele parla di disarmo completo, Hamas pretende di mantenere il controllo di alcuni armamenti a partire da quelli individuali.
In base a questa versione verrebbero consegnate ad una forza internazionale guidata da un generale americano a due stelle soltanto le armi pesanti e gli assetti strategici. In pratica missili a lunga gittata, i mortai pesanti, le armi anticarro, i tunnel e le fabbriche di munizioni e armamenti. Ma nelle intenzioni di Hamas tutto questo deve avere una contropartita politica e sociale. L’organizzazione chiede infatti che i propri funzionari non affiliati all’ala militare vengano integrati nelle nuove strutture chiamate a governare la Striscia. In pratica, Hamas sopravvivrebbe in modo surrettizio all’interno della nuova amministrazione di Gaza. E continuerebbe ad esercitare la sua influenza attraverso migliaia di affiliati.
Ovviamente Israele è convinto di avere il coltello dalla parte del manico.
Grazie a successive avanzate oltre la cosiddetta «linea gialla» effettuate nonostante il cessate il fuoco, l’esercito israeliano controlla oggi circa il 65/70% della Striscia. E infatti il governo Netanyahu ha già fatto sapere di escludere un ritiro in assenza di un disarmo completo e soddisfacente. Ma Bibi e il suo governo devono fare i conti con un Donald Trump impaziente, visti gli insuccessi iraniani, di passare alla «fase due» degli accordi per Gaza siglati dopo il cessate il fuoco del 9 ottobre scorso. Non a caso l’intesa sul disarmo sarebbe stata raggiunta grazie ad una serie di colloqui collaterali tra il genero di Trump Jared Kushner e Mohammed Dahlan, il controverso ex comandante della Sicurezza Preventiva di Gaza cacciato da Gaza dopo il colpo di mano di Hamas che nel 2007 mise in fuga gli esponenti dell’Autorità Palestinese. E proprio questo rende assai strano il tutto. Dahlan da allora non si è mai riconciliato con Hamas che continua a considerarlo un simbolo della corruzione dell’Anp e del collaborazionismo con Israele. Ma oltre a non essersi riconciliato con Hamas è anche in rottura totale con il presidente dell’Anp Mahmoud Abbas. E qui sta, forse, il trucco. Gli americani pur di passare alla fase due dell’intesa sono pronti a consegnare Gaza e l’Anp a Mahmoud Dahlan che, per quieto vivere, accetterà una simbolica presenza armata di Hamas. Il tutto con il benestare del Qatar storico protettore di Hamas e demiurgo del suo futuro politico. Mentre «The Donald» si preoccuperà di far bere l’amaro calice all’ «amico» Bibi.
