Non solo Hormuz. Non solo Bab el-Mandeb e il Mar Rosso. Adesso anche il canale di Suez, dopo l’attacco con un drone al porto di Damietta in Egitto, accresce i timori per una terza e cruciale rotta marittima che rischia di finire nel caos a causa del conflitto Usa-Iran. Dall’Iraq alla Giordania, dal Kuwait al Bahrein, dal Libano all’Egitto fino all’Arabia saudita, la guerra fra Washington e Teheran ripartita nella notte fra martedì e mercoledì con gli attacchi iraniani sulle basi americane in Giordania, coinvolge sempre più attori statali e supera, ogni giorno che passa, una nuova soglia, moltiplicando le ripercussioni internazionali su commercio ed energia. Dopo il coinvolgimento ufficiale dell’Arabia saudita nei raid di mercoledì contro le milizie filo-iraniane in Iraq, considerate responsabili dei bombardamenti sui siti petroliferi del Regno di Bin Salman, ieri la furia dell’aviazione americana si è scatenata contro i Guardiani della Rivoluzione islamica per ritorsione agli attacchi del giorno prima su obiettivi statunitensi in Giordania, compresa la base aerea di Al-Azraq utilizzata dalle forze americane e nota per ospitare i caccia F-35. L’esercito a stelle e strisce, che nel Golfo vede dispiegati al momento 50mila soldati, ha colpito l’isola di Qeshm, provocando la morte di almeno tre persone, e poi Bandar Abbas e Sirik, sullo Stretto di Hormuz, e Bushehr, più a Nord nel Golfo Persico. Nel mirino sono finiti decine di obiettivi dei pasdaran, vecchi e nuovi padroni dell’Iran, che hanno risposto con nuovi attacchi su Giordania, Kuwait e Bahrein e sostengono di aver distrutto tre F-35 e danneggiato altri tre nella base aerea giordana di al-Azraq, riferendo di alcune vittime fra il personale americano.Gli Stati Uniti negano. L’Egitto, intanto, conferma l’attacco subito con un drone e che ha provocato un incendio su due navi al porto di Damietta, nello Stretto di Suez. Attribuito all’Iran o ai suoi proxy, il raid scatena grandi timori per il commercio mondiale, anche se Teheran e gli Houthi negano ogni responsabilità. Intanto l’Arabia saudita si prepara a lanciare una coalizione internazionale nel Mar Rosso contro gli Houthi e ha annunciato che almeno 14 Paesi, tra cui Turchia, Pakistan, Egitto, Sudan e Gibuti, hanno rilasciato una dichiarazione congiunta a sostegno di una coalizione multinazionale per la difesa marittima.
Dopo qualche giorno di quiete che avrebbe dovuto agevolare il negoziato, il Golfo Persico è dunque di nuovo teatro di guerra. Secondo il Wall Street Journal, a Donald Trump è stato presentato un piano per un’intensa campagna aerea di 10-14 giorni che ha l’obiettivo di indebolire ulteriormente le capacità missilistiche di Teheran, ma alimenterebbe l’escalation. Il tycoon dovrà decidere se proseguire con una risposta più limitata, lasciando spazio alla diplomazia, o se accettare la proposta dall’ammiraglio Brad Cooper, il comandante di Centcom che dirige le operazioni militari in Medioriente.
Il Pakistan riferisce che sono in corso negoziati tra le parti «per normalizzare la situazione a Hormuz e favorire una de-escalation», ma da Teheran arrivano i soliti segnali cupi, con un deputato iraniano che promette una risposa «dieci volte maggiore» agli attacchi statunitensi. Da qui le indiscrezioni di Nbc sulla frustrazione di Trump. «È esasperato. Non pensava che fosse così difficile far accettare agli iraniani un accordo. Non pensava sarebbe stata così lunga», ha riferito una fonte, aggiungendo che nell’amministrazione non c’è accordo su quale sia l’obiettivo della guerra. Per Benjamin Netanyahu, lo scopo è la fine del programma nucleare iraniano, sia che avvenga con nuove azioni militari o con il negoziato o il blocco navale. «Siamo alleati. Lui è il senior partner, io il junior partner». Ma alla fine - spiega Bibi - è Trump che decide.
