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Guerra

Hormuz, Usa in vantaggio nel braccio di ferro

Secondo il “Wall Street journal” il blocco crea più danni a Teheran che a Washington

Tensione Le conseguenze economiche dello stop alle navi

Nello Stretto di Hormuz si gioca da mesi una partita di logoramento. Da una parte Washington ha chiuso i rubinetti del petrolio iraniano con un blocco navale senza precedenti, dall’altra Teheran risponde con droni e missili contro le petroliere dirette ai mercati occidentali. Entrambe hanno scommesso sulla stessa carta: il tempo.

Ma secondo il Wall Street Journal, ora la situazione sembra volgere a sfavore della Repubblica islamica. Il blocco navale gli ha impedito di esportare petrolio dal Golfo Persico sin da luglio e parallelamente, nonostante gli attacchi, gli Usa sono riusciti ad assistere i paesi arabi nel trasporto di ingenti quantitativi di greggio attraverso lo Stretto, evitando che i prezzi globali del petrolio superassero livelli critici. «Il blocco iraniano è meno ermetico di quello statunitense» afferma Samir Madani, co-fondatore della società di intelligence marittima TankerTrackers.com: «Gli iraniani non sono semplicemente in grado di bloccare tutto». Resta ancora da capire se, alla lunga, il tempo giocherà a favore degli Stati Uniti o del regime. L’Iran dispone ancora di mezzi per intensificare quello che è ormai diventato un conflitto prolungato. Tuttavia, è ormai evidente che il calcolo fatto da Teheran sei mesi fa, quando bloccò Hormuz, si è rivelato errato. Tale mossa non ha scatenato una crisi economica globale, né ha costretto Trump a porre fine al conflitto alle condizioni dettate dalla Repubblica islamica. D’altro canto, nemmeno il blocco dei porti iraniani imposto dagli Usa ha modificato l’atteggiamento di Teheran. Il tempo non gioca a favore di nessuna delle due parti, osserva un alto funzionario arabo del Golfo, ma la pressione è maggiore per gli iraniani, sottoposti a un’enorme tensione economica. Per gli Stati Uniti, a suo parere, la questione temporale è legata più alla politica e all’opinione pubblica. «Le previsioni di entrambe le parti non si sono avverate e nessuna delle due ha una via d’uscita. Un’opzione per l’Iran è cedere, l’altra è un’escalation su scala molto più ampia, per cercare di uscire dall’angolo combattendo» sottolinea Vali Nasr, docente alla Johns Hopkins University ed ex funzionario del dipartimento di Stato coinvolto in contatti informali con l’Iran. Anche il calendario politico statunitense gioca un ruolo chiave nelle valutazioni iraniane: i leader sono pienamente consapevoli di quanto la guerra sia impopolare negli Usa, e non hanno alcun interesse a favorire Trump concedendo un compromesso su Hormuz.

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