Dai missili ad alta precisione alla guerra economica. Dall’attacco che ha polverizzato la Guida Suprema Ali Khamenei al D-Day economico che punta a isolare e far implodere il regime islamista sopravvissuto alla decapitazione dei suoi vertici. Sono passati sei mesi esatti da quel 28 febbraio in cui la più grande potenza al mondo ha colpito la più potente teocrazia al mondo, con l’obiettivo di allontanare l’incubo dell’arma nucleare. A oltre 180 giorni da quei raid, «tutte le opzioni» sono ancora sul tavolo per la Casa Bianca, ma tra Stati Uniti e Iran non è in più in corso un conflitto armato aperto, anche se non c’è ancora una soluzione diplomatica che segni la fine dello scontro. «Né guerra, né pace», l’ha definita il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, il pragmatico del regime che sta lavorando per rilanciare il memorandum d’intesa del 17 giugno fra Washington e Teheran, convinto che Teheran non possa continuare il conflitto per sempre. Di fatto, è in corso uno stallo strategico, che Donald Trump punta a sbloccare con l’ultima mossa di attacco non convenzionale, l’Operation Economic Outcast, per fare dell’Iran un «emarginato economico», mirando all’asfissia del regime, alla rescissione di ogni legame, finanziario e tecnologico, con tutti quei Paesi terzi, Cina e Russia in primis, che contrabbandano con i Pasdaran, nuovi padroni della teocrazia.
A Teheran comincia a mancare la benzina e scattano le prime lunghe code per i rifornimenti. Il regime ammette di non essere riuscito a importare a sufficienza per compensare il blocco navale americano. Nel resto del mondo il caro-petrolio morde e si attende con ansia la riapertura dello Stretto di Hormuz, il nodo cruciale globale, che tuttavia questa crisi rischia di far diventare sempre meno centrale con le strategie in corso per bypassarlo. Il bilancio degli ultimi sei mesi è di lacrime e sangue, ma anche di tentativi di evitare l’apocalisse, di sfuggire a una guerra armata a pieno regime, che farebbe troppi morti. Le vittime americane finora sono 18, tutti soldati. Gli attacchi mirati statunitensi hanno eliminato decine di leader politici e militari e causato oltre 3600 vittime fra gli iraniani, con il giallo sulla nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, finito anche lui nel mirino dei raid, ma di cui non si sa ancora con certezza se sia vivo, morto o ferito. Eppure la rabbia dei cittadini, che a febbraio hanno festeggiato l’uccisione di Khamenei padre, morde soprattutto per le oltre 30mila vittime della repressione di gennaio, che non si ferma in questi giorni.
Sono già 950 in tutto gli iraniani finiti al patibolo da inizio anno (dati del Centro Abdorrahman Boroumand, con sede negli Stati Unit), 45 nel solo mese di agosto.
Poi ci sono i costi materiali, una guerra che finora è costata agli Usa 38 miliardi di dollari, 330 agli importatori mondiali di combustibili fossili, ma costa all’Iran ogni giorno quasi mezzo miliardo di danni, tanto che Teheran ha richiesto 270 miliardi di risarcimento. Nel Paese l’inflazione media viaggia verso il 70% ma su diversi beni di prima necessità ha superato il 400%. Ed è su questo che spera Washington. Strozzare e isolare il regime, piegarlo per firmare un’intesa o annientarlo e provocare nuove proteste. Teheran è convinta di potercela fare, abituata a decenni di sanzioni e scaricabarile sulla sua gente. I prossimi mesi saranno decisivi. Il post-elezioni di midterm negli Usa potrebbe cambiare le cose, Trump tornare alla carica. Ma è sull’imprevedibilità del presidente, e sulla resistenza cinica del regime disposto a tutto, che si giocherà questa crudele partita a scacchi.
