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Guerra

Iran, vertice a Camp David. L’ipotesi del blocco di terra

Il tycoon: “Il regime mente, colpiremo duro ma l’intesa è possibile”. L’opzione vagliata con Netanyahu: stop anche ai valichi di frontiera per strozzare l’economia

Guida defunta L'ayatollah Ali Khamenei ucciso nei raid americani e israeliani il 28 febbraio scorso e sepolto il 9 luglio

Due petroliere scortate dall’aviazione americana sono state colpite a Hormuz dai pasdaran, che promettono di tenere lo Stretto «chiuso fino al ritorno della calma e della stabilità». Nuovi attacchi con droni sono stati lanciati dai Guardiani della Rivoluzione contro obiettivi «vitali e militari», anche statunitensi, in Kuwait. Non si vede tregua all’orizzonte nel conflitto tra Stati Uniti e Iran, dopo che i missili iraniani su una base americana in Giordania hanno interrotto martedì notte cinque giorni di stop alle armi. Tanto che Donald Trump ha riunito ieri il governo a Camp David, la residenza ufficiale in cui i presidenti si ritirano di solito per riposare, e sta valutando le prossime mosse contro la Repubblica islamica. Dalla riunione di Gabinetto, rispondendo ai giornalisti, il tycoon ha spiegato che «l’accordo è ancora possibile» ma che lui sta «perdendo la fiducia in loro (gli iraniani) perché mentono e travisano i fatti».

Oltre a nuovi potenti raid che potrebbero durare «quattro-otto settimane» secondo il presidente, deciso a voler «colpire duramente, fino a quando non diranno basta», tra le opzioni sul tavolo spunta adesso un blocco terrestre dell’Iran, con l’obiettivo di aumentare la pressione economica sul regime degli ayatollah, «con mezzi cinetici e non cinetici», cioè non solo con la forza ma anche con altri strumenti. Anche perché il blocco dei porti, unito al blocco dei valichi di frontiera, oltre ad avere ripercussioni sulle finanze del regime ostacolerebbe anche il riarmo della Repubblica islamica. Ne avrebbero discusso già nel loro incontro di martedì scorso allo Studio Ovale Trump e Netanyahu, secondo il britannico Telegraph, che ha diffuso il retroscena. Il tentativo è di dare la spallata alla teocrazia, quella che non è ancora riuscita con le armi, con le sanzioni e con il controblocco di Hormuz. «Ipotizziamo che l’Iran non possa far entrare né uscire nulla. Potrebbe succedere di tutto», ha dichiarato un alto funzionario israeliano al quotidiano inglese, analizzando una delle possibilità discusse dai due Paesi.

Washington e Tel Aviv starebbero dunque valutando di spingere i sette Paesi confinanti con l’Iran (Iraq, Turchia, Pakistan, Afghanistan, Turkmenistan, Armenia e Azerbaigian) a chiudere i valichi di frontiera o a imporre controlli rigidissimi sui transiti. Ma convincerli tutti non sarebbe impresa facile, basti pensare ai legami dell’Iran con Iraq e Afghanistan. Anche per le nazioni più vicine a Washington, un provvedimento del genere non sarebbe facile da varare poiché renderebbe quei Paesi obiettivo del regime di Teheran. Semmai le sette cancellerie acconsentissero, il piano si estenderebbe ad altre misure. Per tagliare le rotte commerciali residue è infatti prevista una combinazione di sanzioni, severe restrizioni burocratiche ed eventuali interventi militari mirati a bloccare i flussi commerciali terrestri.

I dubbi sul piano sono molti. Non a caso c’è chi sospetta che sia stato lanciato per distrarre Teheran dalle prossime mosse statunitensi e israeliane. Netanyahu da tempo preme su Trump per una nuova massiccia offensiva contro la Repubblica islamica, convinto che il regime sia inaffidabile e che anche i negoziati siano solo una perdita di tempo. Il premier israeliano si rimette tuttavia al presidente americano: «Decide lui», ha riferito al ritorno dal suo incontro alla Casa Bianca.

Trump, a parole, non ha dubbi: «Vogliamo solo vincere in Iran» E insiste: «Li colpiremo fino a quando diranno che non ne possono più».

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