L'Ucraina si è svegliata sotto uno dei più massicci e letali attacchi russi dell'anno. Missili e droni hanno colpito simultaneamente Kiev, Odessa e Dnipro, lasciando dietro di sé almeno 23 morti e oltre cento feriti.
Un'ondata di fuoco che interrompe bruscamente una fase di relativa attenuazione dei bombardamenti a lungo raggio e che segna un nuovo salto di intensità nel conflitto. La portata dell'operazione è impressionante: 44 missili e 659 droni lanciati in 24 ore. Le difese ucraine hanno intercettato la grande maggioranza dei velivoli senza pilota, ma mostrano crepe contro i missili balistici, vero tallone d'Achille del sistema. È un dato tecnico che diventa politico: senza un rafforzamento dei sistemi Patriot la vulnerabilità ucraina rischia di ampliarsi. A Kiev, i quartieri centrali sono stati colpiti con precisione devastante. A Odessa, il bilancio più pesante: nove civili uccisi e infrastrutture portuali danneggiate. A Dnipro, edifici residenziali in fiamme e vittime tra la popolazione. Devastazione anche a Zaporizhzhia, Kherson e Mykolaiv.
Mosca rivendica sostenendo di aver preso di mira infrastrutture militari ed energetiche. Ma la geografia delle vittime racconta un'altra storia: quella di un conflitto sempre più indistinto tra obiettivi strategici e popolazione civile.
Di fronte a questa escalation, la reazione ucraina è netta. Zelensky insiste su un punto: nessun allentamento delle sanzioni può essere preso in considerazione. «La Russia sta scommettendo sulla guerra» ha dichiarato, chiedendo una pressione internazionale ancora più forte, e l'istituzione di un tribunale contro i crimini di guerra.
È proprio su questo terreno che si gioca una partita decisiva a Bruxelles. L'Ue, attraverso la Commissione guidata da Ursula von der Leyen, ha ribadito che qualsiasi alleggerimento delle sanzioni sarebbe controproducente. Al contrario, l'Unione lavora a un ulteriore irrigidimento delle misure e a un rafforzamento della cooperazione con la Nato, come emerso dall'incontro con Mark Rutte. Il messaggio è chiaro: investire di più, produrre di più, farlo più in fretta.
Eppure, sotto la superficie dell'unità, restano tensioni profonde. Il possibile sblocco di un pacchetto da 90 miliardi di euro a sostegno dell'Ucraina dipende ora anche dal nuovo corso politico ungherese, dopo l'uscita di scena di Viktor Orbán e l'arrivo di Peter Magyar. Bruxelles intravede una finestra di opportunità dopo anni di veti e frizioni, ma la partita è tutt'altro che chiusa. Parallelamente, la Slovacchia alza la posta. Il governo di Robert Fico, attraverso il ministro degli Esteri Juraj Blanar, minaccia di bloccare il ventesimo pacchetto di sanzioni se non verranno fornite garanzie sulla riattivazione del gasdotto Druzhba. È un ricatto politico esplicito che lega energia e geopolitica, mostrando quanto il consenso europeo resti fragile quando tocca interessi nazionali vitali. Sul fronte opposto, Mosca alza ulteriormente il livello dello scontro verbale. Sergei Shoigu ha lanciato un avvertimento diretto ai Paesi baltici e alla Finlandia, evocando il diritto all'autodifesa previsto dall'Onu.
L'accusa è pesante: permettere il transito di droni ucraini equivale a una complicità attiva e potrebbe allargare il perimetro del conflitto. Ma la Zaharova a sorpresa in serata annuncia: «La Russia è pronta a sviluppare attività commerciali con i singoli paesi dell'Ue».