E se alla fine fossero le donne ucraine a sconfiggere Putin? La domanda non è così campata in aria, poiché a Kiev centinaia di donne si sono offerte di contribuire alle spese per la Difesa. La vicenda è tragicomica, in bilico fra mestizia e risolini. Un’inchiesta del Wall Street Journal ha alzato il sipario sull’iniziativa delle creator ucraine di contenuti pornografici: fateci pagare le tasse e usate i soldi per comprare armi. In Ucraina la pornografia è proibita e chi diffonde materiale di questo genere finisce in carcere: nonostante ciò, l’industria pornografica prolifera più o meno clandestinamente e vale centinaia di milioni di dollari l’anno: solo nel 2023, con OnlyFans le creator di Kiev avrebbero guadagnato 113 milioni. Denaro sommerso su cui lo Stato non riesce a mettere le mani, perché le signorine sono lavoratrici fuori legge e come tali ignote al fisco (ma non alla polizia corrotta, che le taglieggia di continuo). Ed ecco l’idea, lanciata da Svitlana Dvornikova, la star più nota, con una petizione che ha raccolto un diluvio di firme: rendete il nostro mestiere legittimo e con il tesoretto delle nostre imposte acquistate droni e camion militari. Ha fatto due conti: con i suoi soli proventi annui (900 mila dollari, alla faccia del proibizionismo), si comprerebbero 100 camion e 2000 droni e si farebbero anche «centinaia di russi morti al fronte». Il suggerimento ha colpito lo stesso Zelensky, che ha chiesto al presidente della Commissione Finanze di trovare una quadra. L’iniziativa non è poi tanto fuori luogo. Tutte le guerre hanno un che di pornografico, essendo indecenti per loro stessa natura. E poi la letteratura insegna: ricorderete la sfacciata Lisistrata di Aristofane. La commedia immagina lo sciopero del sesso delle donne ateniesi e spartane insieme: se i loro uomini non la smettevano con una guerra fratricida che li aveva ormai mandati a catafascio, tutte loro non si sarebbero più concesse. La minaccia poté più di ogni battaglia, o diplomazia. Putin lo Zar sconfitto dalle lavoratrici del sesso? Che eterna vergogna.

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