Lo scorso 17 ottobre, la difesa aerea rumena si è attivata per intercettare e abbattere due droni one way russi tipo Geran che stavano sorvolando le acque territoriali di Bucarest.
La violazione dello spazio aereo rumeno è il risultato dell’offensiva avviata da Mosca nell’ultima settimana contro il traffico marittimo commerciale nel Mar Nero correlabile all’Ucraina, che ha visto anche un’ondata di azioni contro i porti ucraini che insistono nell’area del delta del Danubio.
Il Ministero della Difesa rumeno ha riferito che i radar hanno rilevato bersagli aerei a circa 120 chilometri a est dell’Isola dei Serpenti, in rotta verso sud-ovest. A quel punto sono stati fatti decollare due caccia F-16 che hanno identificato e intercettato i droni dopo il loro ingresso nello spazio aereo rumeno, distruggendoli a sud-est e a est di Sulina. Non si conosce quale fosse l’obiettivo dei droni russi, né se lo sconfinamento nello spazio aereo rumeno sia stato accidentale – per colpa del jamming ucraino – o intenzionale, ma la loro rotta osservata mostrava una direzione verso sudovest, ovvero proprio verso il delta del Danubio.
Quattro attacchi a mercantili in tre giorni
Questo “incidente” arriva dopo che abbiamo assistito ad almeno quattro attacchi russi contro il naviglio commerciale che sono avvenuti al di fuori delle acque territoriali dei Paesi NATO che si affacciano sul Mar Nero ma molto all’interno della loro Zona Economica Esclusiva (ZEE), ovvero quella porzione di mare che va oltre il limite delle acque territoriali (12 miglia nautiche) e si estende sino a 200 miglia, ove ciascun Paese ha diritto di sfruttamento delle risorse ed è responsabile per la sicurezza marittima.
Il 13 ottobre, due navi da carico, la “HS Dignity” e la “Chelsea-3”, la prima battente bandiera della Guinea Bissau la seconda quella di Malta, sono state pesantemente colpite circa 17 miglia al largo della Bulgaria, mentre tra il 14 e il 15 ottobre la “Yara J” battente bandiera della Comore, ha avuto un incendio a bordo per un sospetto attacco di droni al largo delle coste rumene. Infine il 15 ottobre, la “Wine Trader” battente bandiera di San Marino è andata a fuoco dopo un altro sospetto attacco di droni mentre era a ridosso delle acque territoriali rumene, a nord-est di Sulina.
Questi episodi fanno seguito all’affondamento, avvenuto il 6 ottobre, della nave di proprietà turca “Alfa Watan” nella ZEE della Bulgaria. Un altro incidente si è verificatosi il 5 ottobre coinvolgendo la nave da carico “Royad Mammadov” nella ZEE della Romania.
Si evidenzia uno schema negli attacchi
Il numero e il susseguirsi temporale di questi “incidenti” mostrano che non si tratta di episodi sporadici e isolati, ma riflettono una ben precisa tattica, mostrando uno schema ripetitivo. Gli attacchi avvengono sempre nel tratto di mare che va dalla foce del Danubio sino alle acque prospicienti la Bulgaria e sono effettuati con droni one way che colpiscono dall’aria.
Si osserva soprattutto una progressione nella profondità degli attacchi, coi droni che si sono sempre più avvicinati alle acque territoriali dei Paesi del fianco sudorientale della NATO fino allo sconfinamento.
Le nazioni coinvolte ostentano ancora cautela: funzionari bulgari hanno dichiarato che le prove disponibili non sono sufficienti a identificare in modo conclusivo il responsabile degli attacchi marittimi, sebbene il primo ministro di Sofia abbia sostenuto che il principale beneficiario strategico di tali azioni sia la Russia. Fonti della NATO hanno invece attribuito alla Russia i droni coinvolti negli incidenti che hanno interessato le navi cisterna mentre nell’ultimo sconfinamento in Romania, i droni sono stati chiaramente identificati come russi da parte delle autorità di Bucarest.
Si tratta di elementi di prova importanti, che però per le autorità dell’Alleanza Atlantica e dei Paesi coinvolti non sono sufficienti per chiarire oltre ogni ragionevole dubbio la volontarietà di questi atti.
Una precisa escalation
Lo schema degli attacchi, la loro estensione geografica e il fatto che abbiano causato vittime implica però di dover considerare di trovarsi davanti a un’escalation russa, con ogni probabilità volta a mettere sotto pressione l’Alleanza Atlantica nel settore sudorientale, ovvero quello dove è più plausibile mascherare l’innalzamento del livello di ingaggio diretto con gli eventi strettamente legati al conflitto in corso.
In particolare, le due penetrazioni nello spazio marittimo e aereo rumeno avvenute in rapida successione sottintendono una precisa volontà di mettere sotto pressione le capacità decisionali e di risposta della NATO in quel quadrante, anche in considerazione del fatto che la zona di confine diretto tra Russia e Alleanza, quella del Baltico, vede la presenza di molti più assetti per il monitoraggio e la deterrenza da parte occidentale.
Dal punto di vista strategico, la dinamica in atto suggerisce che i rischi legati al conflitto non siano più circoscritti ai porti ucraini o alle rotte di navigazione internazionali: il ripetersi di incidenti in aree sotto la giurisdizione rumena comporta costi operativi, complica la sicurezza marittima e mette alla prova la capacità dell’Alleanza di proteggere il traffico civile senza provocare un’escalation del conflitto.
Ci sono poi degli indicatori di politica internazionale che possono suffragare quest’analisi. La nuova crisi aperta dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump con Kiev, che ha visto la riduzione della capacità del segnale militare Starlink in uso dalle forze ucraine, l’importante riduzione del numero di missili intercettori del sistema Patriot inviati all’Ucraina e l’apertura di Washington all’immissione del diesel russo con annessa sospensione delle sanzioni internazionali, fornisce un contesto politico favorevole per l’aumento dell’attività aggressiva russa sul fianco più delicato dell’Alleanza, ovvero quello del Mar Nero.
L’incertezza sulla continuità del sostegno statunitense all’Ucraina e le recenti controversie in merito alle sanzioni e all’imposizione da parte USA della cessazione degli attacchi alle raffinerie russe – insieme alla ripresa della retorica ostile nei confronti della presidenza ucraina – hanno sollevato preoccupazioni in Europa circa la percezione che la Russia possa avere della determinazione dell’Occidente a sostenere Kiev e a gestire dirette azioni aggressive. La percezione di una minore coesione in Europa potrebbe quindi aver portato la Russia ad accettare rischi maggiori sottoponendo il pilastro europeo dell’Alleanza a maggiori pressioni dirette.
