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Guerra

Ma Vladimir alza il tiro su Berlino: chiuso il consolato tedesco

Dopo il caso droni. Fedelissimi in trincea. Lavrov: vinceremo la guerra

Falco Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov

È sempre difficile capire quali siano i pensieri e le mosse di Vladimir Putin. Troppo spesso infatti nel recente passato lo Zar ha detto una cosa, ne ha fatta poi un’altra e chissà invece cosa diavolo avrà pensato e perché. La partita per provare a raggiungere la pace in Ucraina passa proprio da qui. Se da una parte Putin infatti sembra aprire al dialogo e prontissimo a trattare, dall’altra resta immobile sulle sue posizioni e non accetta alcun tipo di compromesso al ribasso rispetto ai suoi obiettivi. Nonostante una guerra ben più lunga delle sue aspettative e tutti i problemi, sul campo e interni, che il conflitto porta con sé. Non solo. Negli ultimi giorni, anche tramite i suoi fedelissimi, è ripreso anche il fronte degli attacchi frontali al resto dell’Occidente, Germania in primis dopo l’affaire droni su Lipsia.

Il Cremlino ha deciso di chiudere il consolato Generale tedesco a San Pietroburgo, dando ordine ai dipendenti di lasciare la Russia entro il 13 settembre, con il Consolato dovrà cessare le proprie attività cinque giorni dopo. Disposta inoltre la cessazione delle attività dei centri culturali tedeschi Goethe nella Federazione russa.

Decisioni prese come ritorsione a Berlino che aveva disposto la chiusura del consolato russo a Bonn, l’ultimo rimasto operativo in Germania, e della Casa Russa della Scienza e della Cultura a Berlino, dopo aver accusato Mosca di essere responsabile per i droni esplosivi trovati all’aeroporto di Lipsia. Solo schermaglie? Mica tanto, perché oltre ai sempre sguaiati Medvedev e Zakharova, in avanscoperta va il ministro degli Esteri Lavrov. Dopo aver detto che la Germnaia ha iniziato «una vera e propria guerra» contro la Russia, ieri ha sottolineato che «la posizione della Russia nel mondo e le prospettive della sua influenza dipendono dall’esito dell’operazione militare speciale in Ucraina», ribadendo per l’ennesima volta la bufala della volontà di denazificare l’Ucraina. Peraltro il giorno stesso in cui a Mosca si festeggia l’exploit dell’AfD in Germania.

Parole che tutto fanno pensare tranne che a una reale volontà di dialogo e tanto meno di compromesso. Un problema tutt’altro che secondario perché Lavrov di certo non parla certo per iniziativa personale ma su mandato presidenziale. Quel presidente che prima sembra aprire al dialogo e invece non si muove di un millimetro. Quel presidente che se non sarà spinto, se non costretto da Trump, almeno a un piccolo passo indietro, resta il principale ostacolo alla fine della guerra.

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