La statua della libertà con un teschio al posto del volto. I leader iraniani abbattuti come birilli da bowling. La guerra fra Stati Uniti e Iran si combatte anche a colpi di murales e manifesti, di immagini generate dall’AI e di meme su Internet. Con i muri, quelli veri, della capitale iraniana a fare da vetrina ai messaggi anti-occidentali prodotti dal regime islamista. E con i muri, quelli virtuali, della Rete e dei social network a rilanciare gli avvisi minacciosi di entrambi i Paesi in guerra. Immagini choc e parole estreme rimbalzano da mesi da una parte all’altra delle due sponde armate. È la propaganda, baby, arma letale che serve a uso interno per vincere la battaglia dei cuori e delle menti e a uso esterno per spaventare o ridicolizzare il nemico.
Per Donald Trump è finita l’ora di «fare i bravi ragazzi» con Teheran. «No more Mr nice guy» è il testo che campeggia sulla foto in cui il presidente americano si mostra con la mitragliatrice in pugno, magia dell’intelligenza artificiale. Il tycoon sfodera da settimane il suo linguaggio più diretto e minaccioso con l’Iran, e dopo aver promesso ai pasdaran di «riportarli all’età della pietra», non smette di insistere: «Li distruggeremo»; «li annienteremo»; «aprite quel caz... di Stretto o finirete all’inferno».
Intanto pubblica su Truth un’altra foto di sé, anche questa creata artificialmente, in cui si mostra in una fantomatica stanza dei bottoni, pronto a schiacciare quello giusto per far saltare in aria la teocrazia. E rilancia immagini dei jet nemici inceneriti, dei barchini iraniani bombardati fino alla distruzione dai droni americani.
Per la Repubblica islamica, invece, è giunta l’ora di «cancellare il disgustoso Occidente», «le basi militari degli Stati Uniti in Medio Oriente verranno ridotte in cenere». E via con murales e manifesti che mostrano le navi di Hormuz colpite dai missili di Teheran o la stella di David disintegrata dai caccia della Repubblica islamica. E poi bare, tante bare, per i soldati statunitensi, per il presidente Trump e per tutta la famiglia, Melania inclusa, oltre che per il premier israeliano Netanyahu, arcinemico degli ayatollah.Ma se a Teheran i muri sono da sempre la vetrina propagandistica della dittatura, la guerra 2.0 oggi si combatte soprattutto sui social. Ed ecco gli estremisti sbizzarrirsi on-line con i meme di Donald e Bibi in versione Lego, seduti insieme a un diavolo mentre sfogliano gli Epstein Files oppure distruggono una scuola, riferimenti che puntano a sminuire e ridicolizzare i leader nemici.
È il consueto paradosso dei regimi. Che in casa impongono il blocco di Internet e censurano il web come possono, anche a costo di affamare chi se ne serve per lavoro come succede in Iran, ma poi usano la Rete per la loro guerra di propaganda, mentre arrestano e impiccano chi la usa per aggirare la dittatura.
