Per farla facile potremmo dire che la guerra rincomincia perché non è mai finita. Dietro i nuovi scontri tra Usa e Iran si nascondono infatti gli obbiettivi mancati sia da Donald Trump, sia dai «falchi» saliti al potere dopo l’uccisione di Ali Khamenei e la sua sostituzione con l’invisibile figlio Mojtaba. I fallimenti di Trump sono evidenti. Non solo non ha decapitato il regime, ma ha favorito l’ascesa di una nuova guardia di irriducibili coalizzati intorno al potere militare dei pasdaran. E, cosa più grave, ha permesso ai nuovi falchi di realizzare quel che nei 47 anni precedenti la Repubblica Islamica aveva solo vagheggiato, ovvero bloccare Hormuz, minacciare l’imposizione di pedaggi e innescare una crisi globale legata ai prezzi fuori controllo del greggio. Per non parlare dell’incapacità di proteggere gli alleati del Golfo e difendere le loro economie affossate dall’impossibilità di vendere petrolio e garantire il mantenimento delle infrastrutture energetiche e turistiche.
A generare un’inestinguibile miscela bellica s’aggiungono però i fallimenti di un regime iraniano consapevole di come la guerra o, meglio, la capacità di sopravvivere alle bombe americane, rappresenti ormai la sua unica possibilità di sopravvivenza. Solo un conflitto senza fine, alimentato da fanatici incitamenti alla resistenza e da continue accuse di tradimento a chiunque non condivida la linea dei «duri e puri» permette ai pasdaran di tenere a bada un malcontento generalizzato. Ma la capacità di reprimere le rivolte popolari non li mette al riparo dalle insidie di uno scontro interno che ne mina ed erode l’autorità. La nuova recente caduta a picco del rial, l’impennata di un’inflazione salita al 70 per cento e le difficoltà di un’economia gravata dalla perdita un milione di posti di lavoro vanno di pari passo con i richiami alla trattativa di quell’ala pragmatica del regime che fa capo al presidente Masoud Pezeshkian, al ministro degli esteri Abbas Araghchi e al presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf.
«La guerra ad un certo punto dovrà finire», ha detto recentemente Pezeshkian invitando a chiuderla mentre «il mondo intero riconosce la nostra vittoria».
Ma a far male ai falchi nascosti dietro l’invisibile mantello di Mojtaba Khamenei contribuisce anche l’incapacità di sigillare Hormuz. Mentre l’Iran fa i conti con le perdite determinate dalla mancata esportazione del proprio greggio, la Marina militare statunitense sembra riuscita nelle ultime settimane a scortare lungo lo Stretto un buon numero di petroliere (si parla in alcune giornate di traffico ripristinato per due terzi rispetto ai valori pre -guerra) sfruttando la rotta più vicina all’Oman. Quanto basta a spingere i pasdaran a posare nuove mine e mettere in mare altri barchini intorno all’isola di Larak, baricentro delle operazioni messe in campo per sigillare Hormuz. Con la determinata consapevolezza di chi sa che la guerra è la sola ed ultima speranza.
