Un insieme di alleanze parallele per contenere l'ascesa della Cina nel Pacifico meridionale e nei mari asiatici. In una regione strategica per gli interessi degli Stati Uniti e del commercio globale sta prendendo forma qualcosa che vale la pena monitorare con attenzione: un cordone di sicurezza coordinato da più attori. A partire dall'Australia, che proprio negli ultimi giorni ha firmato un accordo di difesa con le Fiji destinato a estendersi probabilmente anche alla Nuova Zelanda e a rappresentare il primo passo verso un'alleanza molto più ampia. Canberra è infatti diventata l'epicentro della nuova architettura diplomatica coordinata con gli Usa e con gli altri partner regionali di Washington. Il Giappone e la Corea del Sud rappresentano altri due alfieri imprescindibili, a maggior ragione dopo l'ultimo test missilistico effettuato da Pechino, mentre le Filippine, incastonate nel Mar Cinese Meridionale, fungono da hub operativo in caso di crisi nello Stretto di Taiwan.
Il gioco a tre dell'Australia
Dicevamo dell'Australia. Lo scorso 6 luglio ha firmato l'Alleanza dell'Oceano della Pace con le Fiji che vincola Canberra e Suva a difendersi a vicenda in caso di attacco. Il patto ha attirato l'attenzione della Nuova Zelanda, al punto che il premier neozelandese, Christopher Luxon, ha segnalato l'interesse di Wellington ad aderirvi. "Portare la nostra consolidata relazione con l'Australia e le Fiji, e con altre nazioni del Pacifico, a un livello superiore attraverso un'alleanza significherebbe diventare partner ancora più stretti", ha aggiunto il ministro degli esteri del Paese, Winston Peters.
Per le Figi, la suddetta alleanza rappresenta il primo trattato formale di difesa reciproca. Per Canberra è invece il quarto, dopo quelli con Stati Uniti, Nuova Zelanda e Papua Nuova Guinea. Attenzione: oltre alla firma del trattato, l'Australia si è impegnata anche a fornire ingenti finanziamenti alle Fiji, compresi circa 695 milioni di dollari per consolidare la propria posizione di "partner di sicurezza privilegiato" della regione. La Nuova Zelanda, dal canto suo, ha perseguito lo stesso obiettivo in modo più graduale, attraverso la sua politica di Pacific Reset lanciata nel 2018, espandendo le sedi diplomatiche, i finanziamenti e la cooperazione in materia di difesa tra le nazioni del Pacifico.
Il riarmo di Canberra
La Strategia di Difesa Nazionale dell'Australia (NDS) del 2026 evidenzia un fatto emblematico: l'ambizione di Canberra di sviluppare una postura di difesa più indipendente. Gli obiettivi di spesa per la Difesa pari al 3% del pil entro il 2033-2034 rispecchiano la volontà del Paese di costruire infrastrutture militari resilienti e rafforzare le capacità di proiezione di potenza nel Pacifico sud occidentale.
Il governo ha individuato diverse aree prioritarie, tra cui le capacità di guerra sottomarina e la costruzione di una flotta da combattimento navale più letale. Gran parte della spesa sarà poi destinata alle capacità marittime, con investimenti significativi già annunciati per le nuove fregate di classe Hunter e per i sottomarini a propulsione nucleare del programma Aukus.
E ancora: nel prossimo decennio verranno investiti tra i 4,8 e i 5,8 miliardi nello sviluppo e nell'acquisizione di navi da guerra sottomarine autonome e senza equipaggio. Il riarmo, come detto, si affianca a patti e intese diplomatiche e militari potenziate. A proposito: l'Alleanza dell'Oceano di Pace è volutamente "aperta", così da offrire un percorso per l'adesione futura di altri Paesi vicini della regione, come la richiamata Nuova Zelanda, la Papua Nuova Guinea e Tonga, e creare una più ampia architettura di sicurezza collettiva del Pacifico.
Filippine, Corea del Sud e Giappone
Spostandosi più a ridosso della Cina, l'Australia lascia il posto agli Stati Uniti. Qui è Washington che dirige direttamente le operazioni, in parte rafforzando la propria presenza nelle Filippine e in parte migliorando la coordinazione con Giappone e Corea del Sud. Queste nazioni sono i vertici di un "triangolo strategico" ideale.
Per quanto riguarda Manila, lo scorso luglio l'esercito americano ha stabilito una presenza rotazionale nel Paese del Sud Est Asiatico sotto il comando di U.S. Army Pacific e con il coordinamento della nuova Task Force Philippines. Washington sta così implementando una presenza non permanente in loco con numeri contenuti e una cooperazione strutturata.
La penisola coreana funge da "perno strategico", con posizioni americane come Camp Humphreys e la base aerea di Osan a portata di mano di molteplici contingenze. Dalla prospettiva cinese, siti del genere appaiono come capacità operative vicine e non avamposti distanti.
Arriviamo così al Giappone, dove il governo guidato dalla premier Takaichi Sanae ha varato un aumento monstre del budget destinato alla Difesa per il prossimo anno: oltre 9.000 miliardi di yen, che fanno circa 58 miliardi, in crescita del 9,4% rispetto alla precedente cifra stanziata per il medesimo dossier. Una parte rilevante del riarmo riguarderà il rafforzamento della capacità militare di reazione e delle difese costiere con missili terra-nave e mezzi senza pilota. Per difendere le coste, Tokyo investirà 100 miliardi di yen per schierare droni aerei, di superficie e subacquei per la sorveglianza e la difesa nell'ambito di un sistema denominato Shield (previsto per marzo 2028).
Gli Usa si riorganizzano
In tutto questo cosa stanno facendo gli Usa? Come ha spiegato nel dettaglio un lungo saggio di Foreign Affairs, l’obiettivo statunitense non è più quello di plasmare l’ordine regionale in senso ampio, ma impedire che la Cina lo domini militarmente lungo la sua frontiera marittima più sensibile. In questo quadro, le “catene di isole” diventano una grande cintura di contenimento che punta a strozzare sul nascere eventuali ambizioni espansionistiche di Pechino verso il Pacifico aperto.
Washington non intende rilanciare la propria presenza in tutta l’Asia, una mossa ormai politicamente e finanziariamente impraticabile, quanto riposizionarsi soprattutto lungo la prima catena di isole. Detto altrimenti, concentrarsi su Giappone, Taiwan e Filippine consentirebbe agli Usa di mantenere un nucleo duro di alleanze capaci di bilanciare la potenza cinese e riducendo al contempo esposizioni eccessive altrove.
La nuova mossa Usa coincide insomma con una strategia di contenimento selettivo: meno retorica
globale, più focalizzazione geografica. Ci sono però dei rischi evidenti, perché lasciare scoperti partner come Thailandia o India potrebbe spingere diversi Paesi del Sud Est Asiatico a stringere accordi più stretti con Pechino.
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