Una cinquantina di soldati, nessuna base permanente annunciata, nessun dispiegamento di mezzi pesanti. Dietro la discreta rotazione dell’U.S. Army nelle Filippine si cela una mossa strategica che potrebbe avere un impatto rilevante nel delicato scacchiere del Mar Cinese Meridionale. Lo scorso luglio, l’esercito americano ha infatti stabilito una presenza rotazionale nel Paese del Sud-Est asiatico sotto il comando di U.S. Army Pacific e con il coordinamento della nuova Task Force Philippines. Una decisione confermata solo di recente, quasi sottotraccia. Il modello adottato da Washington è chiaro: presenza non permanente, numeri contenuti, cooperazione strutturata. Secondo il colonnello Isaac Taylor, capo degli affari pubblici di U.S. Army Pacific, un simile modus operandi segna il superamento del tradizionale ciclo di esercitazioni episodiche verso una presenza “più sostenuta”, pensata per rafforzare la collaborazione con l’esercito filippino e migliorare le infrastrutture.
La rotazione militare Usa nelle Filippine
Il Mar Cinese Meridionale è uno dei teatri più contesi al mondo: oltre alla Cina, rivendicano porzioni delle sue acque Vietnam, Malesia, Brunei, Indonesia e Filippine. Negli ultimi anni, le tensioni tra Manila e Pechino sono aumentate, con scontri tra navi della guardia costiera cinese e imbarcazioni filippine in aree contese. In questo contesto, la nascita della Task Force Philippines – annunciata lo scorso autunno dai rispettivi ministri della Difesa – viene letta da molti analisti come un segnale di deterrenza nei confronti di Pechino.
Secondo quanto riportato da Defense News, la presenza dell’esercito americano nelle Filippine rappresenta un’evoluzione significativa del ruolo dell’Army nell’Indo-Pacifico, tradizionalmente dominato da Marina e Aeronautica. “La Navy e l’Air Force tendono a dominare la regione per via delle loro capacità”, ha osservato Katherine Kuzminski del Center for a New American Security, sottolineando però come la nuova task force rafforzi la dimensione terrestre della postura americana. Anche Gregory Poling, del Center for Strategic and International Studies, ha evidenziato che la vera novità non è tanto la presenza in sé – già da anni le forze statunitensi partecipano a esercitazioni regolari nelle Filippine – quanto la sua formalizzazione in una struttura stabile, capace di garantire comunicazioni più rapide e interazioni quotidiane più intense tra i due eserciti.
Il modello adottato è quello di una presenza rotazionale “heel-to-toe”, ovvero continua ma senza stazionamento permanente: quando un contingente termina il proprio turno, un altro lo sostituisce senza soluzione di continuità.
La deterrenza di Washington
La scelta di mantenere un profilo basso non è casuale. Come ha spiegato Stacie Pettyjohn, direttrice del programma difesa del CNAS, si tratta di un passo “modesto”, molto piccolo nelle dimensioni, ma non per questo irrilevante. Anzi, proprio la gradualità potrebbe essere la chiave: misure incrementali, difficili da contestare apertamente, ma sufficienti a rafforzare la cooperazione militare e a inviare un segnale politico.
Pechino, prevedibilmente, potrebbe denunciare l’iniziativa come una provocazione. Tuttavia, una presenza limitata e formalmente rotazionale riduce il rischio di un’escalation immediata. Allo stesso tempo, consolida l’integrazione operativa tra Washington e Manila in uno scenario dove la rapidità di coordinamento può fare la differenza.
Migliorare infrastrutture, aumentare la frequenza dei contatti tra ufficiali, standardizzare procedure: sono tutti
elementi che, in caso di crisi, possono tradursi in una risposta più efficace. In definitiva, quella che appare come una “presenza militare segreta” è in realtà una strategia di posizionamento paziente e strutturato.