La Cisgiordania “è una terra di nessuno, senza legge” dove “la tensione è in continuo aumento”. “Il Papa verrà in Terra Santa prima o poi, ma la visita va preparata bene. Non servono gesti eclatanti”. A parlare a tutto campo è il cardinale Pierbattista Pizzaballa, nella giornata di chiusura del Meeting di Rimini.
Eminenza, come è la situazione a Gaza e in Cisgiordania?La situazione è in continua evoluzione, non positiva. Gaza forse in questo momento è la più stabile da un certo punto di vista, a livello politico si discute molto, ma nel territorio resta sempre umanamente molto devastante. Mentre invece in Cisgiordania, come tutti abbiamo visto e abbiamo sentito, la tensione è in continuo aumento, soprattutto tra i coloni e la popolazione palestinese, un po’ ovunque, devo dire. È diventata un po’ una terra di nessuno, o meglio, una terra senza legge, dove tutto quello che accade resta senza nessun argine dal punto di vista della sicurezza e della legalità.
Il premier Netanyahu ha annunciato che continueranno con gli insediamenti
Non è la prima volta che lo dice. Il governo ha detto molto chiaramente che questa è la loro intenzione, anche se questo mette sempre in maggiore difficoltà una soluzione politica nel futuro prossimo. Mi auguro che questa deriva, questo scontro politico anche nel linguaggio e nelle posizioni, si moderi nel tempo, perché la popolazione palestinese è veramente molto stanca e non riesce più a sopportare tutto questo.
Come commenta ciò che accade a Taybeh?
Si parla molto di Taybeh perché è diventato un po’ una sorta di simbolo, essendo l’unico villaggio cristiano. Ma quello che accade a Taybeh accade un po’ in quasi tutti i villaggi. I problemi esistono. E’ assodato che ci sia una situazione di pressione continua delle colonie.
Cosa può fare l’Occidente per favorire la convivenza?La convivenza in questo momento richiederà un po’ di tempo. Innanzitutto bisogna fermare il conflitto, bisogna avviare percorsi non solo politici, ma anche culturali, sociali e religiosi che siano inclusivi, rispettosi delle storie e delle narrative degli uni e degli altri, di israeliani e di palestinesi, per cui ci vorrà molto tempo. L’Occidente deve aiutare ad alzare lo sguardo, a creare delle prospettive, ad aiutare anche a calmare questa deriva continua con uno sforzo diplomatico sempre maggiore.È vero, l’ho detto tante volte, che le istituzioni politiche e diplomatiche hanno mostrato tutta la loro debolezza, non solo nel conflitto in Medio Oriente ma anche in altre zone. Però è necessario rafforzarle, ma la diplomazia è l’unico modo per cercare di risolvere il conflitto che eviti l’uso delle armi, della violenza e della forza militare.
Il Papa potrebbe venire presto? Potrebbe favorire il dialogo?Prima o poi il Papa verrà in Terra Santa, è questione di tempo. Penso che sia necessario preparare le condizioni per questa visita perché possa davvero portare frutto. Lavoreremo su questo insieme al Santo Padre, naturalmente. Credo che non si debba avere fretta e si debbano evitare anche gesti eclatanti che restano lì, ma deve essere inserita dentro un percorso significativo.
Lei ha detto che in Terra Santa non è così scontato il rientro a scuola. In che modo si può colmare questo vuoto educativo?Sono situazioni diverse da zona a zona. La zona più colpita in questo momento è naturalmente Gaza. Ci sono circa 690.000 bambini a Gaza e poche migliaia vanno ancora a scuola. Noi come Chiesa stiamo riaprendo nei prossimi giorni la scuola con circa un migliaio di bambini, ma è una goccia nell’oceano. Non è il primo anno che sono senza scuola, quindi questa è la situazione più grave che penso, attraverso la diplomazia e le organizzazioni multilaterali, si debba cercare di aiutare in qualche modo.Poi a Gerusalemme è in via di soluzione la questione dei permessi degli insegnanti che vengono soprattutto da Betlemme; in questi giorni si sta lavorando per questo. La scuola ha un ruolo molto importante perché gran parte di questa narrativa e della visione, dello sguardo sull’altro, nasce proprio lì.
La proposta di un Nobel – come suggerita da Avvenire – per i bimbi di Gaza può essere qualcosa per tenere accesi i riflettori su questo dramma nel dramma?
Io penso che sia importante tenere vivi i riflettori sulla situazione di Gaza, Cisgiordania, Israele naturalmente, e come in tante altre parti del mondo. Tutto quello che può aiutare e favorire è benvenuto. È importante fare le cose per costruire qualcosa di bello. Dobbiamo evitare lo scontro, dobbiamo evitare il “io sì, tu no”. Qualunque iniziativa si voglia prendere è importante che porti un contributo e non favorisca invece lo scontro ancora di più”.
Il Santo Padre insiste ancora una volta sull’ipotesi di due Stati, perché?Perché è l’unico modo di riconoscere agli israeliani e ai palestinesi il diritto di avere una casa nella loro terra.
Avete rapporti con le autorità israeliane? Come sono?
Sì, naturalmente abbiamo rapporti anche con il governo israeliano. Sono corretti, non andiamo sempre d’accordo da ambo i lati, devo dire. Però è un rapporto corretto, leale e sereno in questo momento.
Trump ha annunciato di non attaccare in Iran fino al midterm. Questi limiti agevolano o aggravano la situazione?
Noi siamo sospesi da tanto tempo, è diventato ormai una sorta di status quo. Siamo in perenne attesa che ci sia qualcosa che si sblocchi. Questo non aiuta, perché abbiamo bisogno di gesti che portino fiducia, non di riprendere la guerra, ma di gesti sul territorio che riportino fiducia nella popolazione che adesso credo sia una delle principali vittime di questa guerra.
L’Europa è sempre più divisa sulla questione dei migranti. Come dovrebbe essere una politica europea che tenga unita sicurezza e accoglienza?
Io vivo a Gerusalemme, le questioni europee dovete vederle voi.
Sono tornati i pellegrini in Terra Santa?
Non ancora….
