La battaglia del mare attorno a Hormuz non ha requie. Le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno annunciato di aver attaccato un drone navale statunitense che stava cercando di entrare nello Stretto. I Pasdaran hanno riferito nella serata di sabato di aver anche colpito diverse imbarcazioni tra cui alcuni mercantili presumibilmente legati agli Stati Uniti - per ritorsione contro i precedenti attacchi Usa a petroliere iraniane. «Non lasciatevi ingannare dalle forze armate statunitensi terroristiche e astenetevi da qualsiasi movimento sospetto volto ad attraversare corsi d’acqua non autorizzati. Altrimenti, sarete presi di mira», ha dichiarato la Marina delle Guardie Rivoluzionarie alla televisione di stato iraniana. Un membro del Parlamento di Teheran, Hassan Qashqavi, ha rincarato la dose: «Siamo in una guerra esistenziale».
Intanto il presidente del Parlamento, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha avvertito che «qualsiasi aggressione contro gli interessi e la sicurezza dell’Iran riceverà una risposta più rapida, più intensa e più dolorosa». Gli Stati Uniti «dovrebbero aver capito che l’era delle risposte proporzionate è finita», ha sostenuto Ghalibaf, principale negoziatore nei colloqui tra Usa e Iran.
Continuano anche gli scontri nel sud del Libano. Almeno quattro persone sono rimaste uccise in raid aerei israeliani, nonostante la fragile tregua in vigore da marzo, secondo quanto riportato dal Ministero della Salute di Beirut. Per l’esercito di Tel Aviv gli attacchi sarebbero una risposta al lancio di droni poche ore prima da parte della milizia filo-iraniana Hezbollah contro i soldati israeliani. Due uomini sono stati uccisi ai margini dell’area occupata dalle truppe di Tel Aviv e due donne nel villaggio di Arab Salim, dove l’esercito israeliano aveva emesso un ordine di evacuazione nelle prime ore di ieri per le aree circostanti un edificio, sostenendo che fosse utilizzato da Hezbollah.
Almeno altre venti persone sono rimaste ferite, secondo fonti del ministero libanese citate da Reuters. Gli attacchi in questa regione continuano nonostante la tregua di aprile e l’accordo mediato dagli Stati Uniti a giugno. Il patto mira al disarmo di Hezbollah e al completo ritiro israeliano attraverso progressi paralleli da entrambe le parti nelle «zone pilota», che l’esercito libanese ha il compito di bonificare da armi e militanti. Inoltre, secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, oltre 300 mila persone rimangono sfollate con la forza, poiché Israele continua a occupare 620 chilometri quadrati (il 6% del Libano) nella zona di confine.
