«Wir konnen nicht mehr tun», «non possiamo fare di più». Un’affermazione lapidaria che porta la firma di Boris Pistorius, ministro della Difesa tedesco, sui sistemi Patriot destinati a Kiev. La Germania ha già consegnato quanto poteva, dice, e adesso deve pensare anche alla propria sicurezza. È una confessione politica, prima ancora che militare, mentre si avvicina un nuovo giro di trattative.
La notte, intanto, non conosce diplomazia. Su Kiev sono piovuti 36 missili balistici e 172 droni, secondo il bilancio denunciato da Zelensky. Una persona è morta, altre sono rimaste ferite, gli impianti energetici colpiti, la corrente elettrica è saltata in diverse zone. L’inverno incombe e non aspetta nessuno. Tantomeno gli scandali. Dopo il
caso Khimprom, che ha sollevato sospetti di legami tra criminalità organizzata e apparati statali, Zelensky annuncia nuove epurazioni nel Servizio di Sicurezza (SBU). Alcuni funzionari sono già stati rimossi. Altri cambiamenti sono in arrivo.
Poi c’è Trump, con il lessico di chi vuole chiudere, in attesa del trilaterale di martedì ad Abu Dhabi. «Stiamo facendo molti progressi con la Russia e l’Ucraina». Annuncia incontri e assicura che per la prima volta entrambe le parti vogliono un accordo. E aggiunge che sarà un’intesa importante, con l’Europa coinvolta, anche se la Zakharova da Mosca, chiude a Bruxelles. Zelensky mette le mani avanti: nessuna nuova Yalta, nessun accordo sopra la testa degli ucraini, nessuna spartizione del destino
nazionale decisa da due uomini in una stanza. Trump vuole il risultato, Putin desidera consolidare ciò che ha conquistato, Zelensky spera che la sopravvivenza del suo Paese non venga scambiata per una resa. L’Europa, nel frattempo, deve decidere se essere protagonista o spettatrice, anche alla luce dei continui attacchi ibridi. C’è anche un’altra voce, quella di Leone XIV. «Grazie a Dio per la tregua a Oleshky», richiamando una pausa della violenza che, per quanto fragile, restituisce spazio alla speranza.
