In attesa di capire l’impatto sugli sforzi diplomatici internazionali determinato dalla serie di attacchi e ritorsioni tra i due storici nemici e mentre Donald Trump minaccia di colpire duramente anche stanotte il regime dei pasdaran, i negoziati su una delle questioni più spinose al centro dei colloqui volti a porre fine alle ostilità in Medio Oriente, sembrano ripartire, con qualche notevole differenza, dal punto in cui erano stati lasciati alla vigilia dell’inizio dell’operazione Epic Fury.
Ma andiamo con ordine. Appena 48 ore fa, un’eternità per gli standard a cui ci ha abituato il presidente Trump, il New York Times ha riportato che le discussioni intavolate con gli iraniani dai consiglieri di The Donald si stanno focalizzando su quattro punti ben precisi, i quali, stando a quanto affermato dalle fonti del quotidiano (funzionari e diplomatici Usa informati sulle trattative), dovrebbero bloccare il programma nucleare della Repubblica Islamica, con una scadenza tutta da definire.
La prima richiesta avanzata dalla squadra statunitense riguarda la sospensione dell’arricchimento dell’uranio per almeno 20 anni, con la possibilità di scendere a 15 anni. Secondo gli insider del New York Times, gli iraniani avrebbero controproposto una sospensione di 10 anni. Deadline che comunque dovrebbero passare sotto le forche caudine dello Studio Ovale. A metà maggio infatti il presidente Trump ha dichiarato che accetterebbe un’intesa di 20 anni e pertanto il compromesso con Teheran non sarebbe da dare per scontato.
Al secondo punto dei negoziati c’è la disponibilità degli Stati Uniti a collaborare con l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (Aiea) per diluire le scorte di uranio arricchito dell’Iran. Il ruolo attivo di Washington non sarebbe però ben visto dalle autorità del regime teocratico che, invece, sarebbero disposte ad accettare gli americani solo in qualità di osservatori. “Lo porteremo via o lo distruggeremo, che sia in loco o altrove”, ha detto il tycoon la scorsa settimana. Un dettaglio non da poco riguarda poi il quantitativo di combustibile radioattivo da diluire: tutte le 11 tonnellate di uranio, ha chiarito pubblicamente il segretario di Stato Usa Marco Rubio, e non solo la mezza tonnellata di materiale quasi adatto alla costruzione di bombe.
La terza richiesta avanzata dai diplomatici statunitensi ai rappresentanti della Repubblica Islamica riguarda la necessità che l’Iran smantelli i suoi principali siti nucleari di Natanz, Fordow e Isfahan, colpiti nel 2025 da Washington nel corso dell’operazione Midnight Hammer. Teheran si sarebbe mostrata disponibile a smantellare due impianti ma pretenderebbe di lasciarne uno operativo, anche per dimostrare di non aver rinunciato a quello che considera ormai da decenni il suo diritto all’arricchimento.
L’ultimo punto discusso dai negoziatori dei due Paesi riguarda la possibilità che gli ispettori internazionali conducano ispezioni a sorpresa, in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo, all’interno dell’Iran. Il New York Times sottolinea che non è chiaro se il governo iraniano acconsentirà in quanto molti dei siti nucleari sospetti si trovano all’interno di basi militari delle Guardie Rivoluzionarie, dove spesso è stato impedito l’accesso agli ispettori.
Se l’Iran accettasse i quattro limiti al programma nucleare, scrive il quotidiano Usa, ciò rappresenterebbe un significativo passo avanti rispetto ad alcune delle concessioni ottenute da Teheran nei negoziati del 2015. Come si può ben immaginare, l’accordo, oltre a dipendere in parte da come verrà chiusa la questione del blocco di Hormuz, richiederebbe la cooperazione del regime in ogni fase. Altra incognita è se il capo negoziatore della Repubblica Islamica, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, riuscirà a non essere scavalcato dai Guardiani della Rivoluzione e da altri politici dell’ala più dura.
Sta di fatto che i negoziatori americani, almeno sino alla vigilia della nuova escalation, avrebbero manifestato un certo ottimismo sull’andamento dei negoziati. L’inviato speciale del presidente, Steve Witkoff, e suo genero, Jared Kushner, hanno fatto visita giovedì al laboratorio nucleare Oak Ridge, nel Tennessee, per valutare quali attrezzature e competenze sarebbero necessarie per diluire l’uranio del regime islamico e avrebbero inoltre incontrato decine di esperti del dipartimento dell’Energia e dell’intelligence che stanno pianificando le modalità per recuperare e neutralizzare il carburante radioattivo iraniano.
L’ottimismo americano non sarebbe del tutto immotivato. Infatti, secondo il ben informato Barak Ravid di Axios, si era già vicini ad un accordo preliminare con l’Iran alla fine del mese scorso ma Trump, dopo una riunione alla Casa Bianca del 29 maggio, avrebbe deciso di inviare agli iraniani una richiesta di due emendamenti alla bozza di memorandum d’intesa. Accettare di ridurre il grado di arricchimento dell’uranio entro 60 giorni e impegnarsi a non imporre pedaggi alle navi che attraversano lo Stretto di Hormuz. Queste quanto preteso dal leader Usa che, in cambio, si sarebbe detto disposto ad accettare il degradamento dell’uranio arricchito sul suolo iraniano, sotto la supervisione dell’Aiea. Di qui, le trattative con il regime si sarebbero dilungate sino ad arrivare allo stallo attuale.
Se la “strategia del pazzo” applicata da Washington sembra aver contagiato in parte anche la nuova leadership della Repubblica Islamica, più militare e oltranzista della precedente, è impossibile non notare che, pur con alcune importanti differenze, i punti al centro del negoziato (tra questi lo smantellamento dei siti nucleari) assomigliano a quelli che Witkoff e Kushner stavano già discutendo con gli iraniani a Ginevra a fine febbraio.
Se qualcosa è cambiato, e non in meglio per Washington, è sicuramente l’accresciuto potere negoziale di Teheran che, adesso, oltre a rivendicare il diritto all’arricchimento dell’uranio, può contare sul ricatto di Hormuz per condizionare l’esito dei colloqui. Un risultato che, con tutta probabilità, l’autore dell’Arte di fare affari non aveva messo sufficientemente in conto.