I droni lanciati dall’Ucraina contro obiettivi in profondità sul territorio russo non piegano Vladimir Putin. Che, anzi, rilancia. Stando infatti a quanto riferito da ex e attuali funzionari della Federazione ed europei al Wall Street Journal, il capo del Cremlino ha avviato all’inizio di quest’anno una campagna di pressione sulla Bielorussia nella speranza di usarla come piattaforma per espandere la guerra in Ucraina (estendendo il fronte verso ovest e dirottando le truppe ucraine dalle aree orientali) o per intraprendere operazioni non convenzionali contro i Paesi membri della Nato. Una rivelazione che sembrerebbe quindi contraddire le indiscrezioni su possibili aperture ai negoziati da parte di Mosca circolate nelle scorse settimane.
Come sottolinea il quotidiano americano, la Bielorussia, nazione in cui sono collocate armi nucleari tattiche russe, potrebbe svolgere un ruolo cruciale nel piano dello zar: puntare all’escalation del conflitto in una fase in cui l’esercito occupante fatica ad avanzare nell’Ucraina orientale e la stessa ex spia del Kgb soffre un calo del consenso interno.
Sin qui il Paese alleato della Russia è stato utilizzato solo all'inizio dell’invasione dell’Ucraina nel 2022 e da allora ha evitato di farsi coinvolgere dall’operazione militare speciale aprendo invece all’Occidente. Funzionari statunitensi avrebbero effettuato numerosi viaggi nel corso dell’ultimo anno allo scopo di allontanare Minsk dal Cremlino. A dicembre Washington ha annunciato la revoca delle sanzioni sui fertilizzanti bielorussi a base di potassio ottenendo dal leader bielorusso Alexander Lukashenko la liberazione di centinaia di prigionieri politici.
La morsa di Putin attorno all’alleato sarebbe però così stretta che il presidente francese Emmanuel Macron, in possesso di informazioni in tal senso, avrebbe messo in guardia Lukashenko, durante un colloquio telefonico, dal cedere alle pressioni di Mosca. Un collaboratore del capo dell’Eliseo ha confermato la conversazione in questione affermando che Macron “ha sottolineato i rischi che la Bielorussia corre se si lancia coinvolgere nella guerra di aggressione russa contro l’Ucraina”.
Anche gli esperti concordano sul fatto che entrare in guerra sarebbe contrario agli obiettivi strategici di Lukashenko, il quale sembra aver puntato invece su un miglioramento delle relazioni dell’”ultima dittatura d’Europa” con i Paesi occidentali. Con qualche importante eccezione. Infatti Minsk, a seguito dei numerosi attacchi ucraini contro impianti energetici della Federazione che hanno provocato importanti carenze di carburante, avrebbe venduto di recente benzina e altri prodotti petroliferi raffinati alla Russia. Per non parlare poi delle stazioni di terra per i droni del Cremlino e circa 2mila soldati russi collocati sul suo territorio.
Il presidente ucraino Zelensky è consapevole delle relazioni pericolose tra Putin e la Bielorussia e ha fatto sapere che colpirà le stazioni di terra nel Paese se esso continuerà a permettere alla Russia di impiegarle, come accaduto nel corso di recenti blitz di Mosca in Ucraina. Resta sottinteso che, nel peggiore degli scenari, Kiev potrebbe colpire l’alleato dello zar interrompendo e danneggiando le sue catene di approvvigionamento e la sua base industriale.
Come anticipato, le pressioni russe su Minsk preoccupano non solo per le conseguenze di un’escalation del conflitto in Ucraina ma anche per un’espansione della minaccia russa su altri fronti. A maggio Zelensky ha dichiarato che Kiev ha ottenuto dettagli di comunicazioni tra funzionari russi e bielorussi che indicano che Mosca starebbe valutando la possibilità di utilizzare la Bielorussia per operazioni militari negli Stati baltici, oltre che contro l’Ucraina.
Non ci sono indicazioni che la Russia stia pianificando a breve di impiegare la Bielorussia per un’operazione militare, scrive il Wall Street Journal, ma la possibilità è sul tavolo. Le pressioni, esercitate dall’ambasciatore russo a Minsk, sarebbero comunque pesanti.
Secondo le indiscrezioni, tra le minacce ventilate ci sarebbe quella di una sospensione dei finanziamenti “vitali” da cui dipende Minsk. Resta dunque ora da capire quanta pressione Lukashenko sarà in grado di sopportare.