«Putin va fermato. Lui è il paziente zero. L’unico leader mondiale che vuole la guerra». Da New York, dal palco delle Nazioni Unite, Volodymyr Zelensky picchia duro contro lo Zar. Nelle sue parole c’è la rabbia per una guerra che l’Ucraina non ha voluto, l’orgoglio per un Paese che resiste all’invasione di un vicino più forte e la richiesta di unità contro la Russia. Parole che arrivano il giorno seguente il faccia a faccia con Donald Trump, che ha rinsaldato l’asse Washington-Kiev mettendo di fatto all’angolo Putin, con il Cremlino che, non a caso, per l’ennesima volta chiude a un possibile dialogo.
L’attacco di Zelensky è frontale. «Sappiamo che la Russia usa soldati di 47 Paesi nella sua guerra. A questi 47 Paesi dico: sapete quello che la Russia fa con i vostri cittadini. Non consentite a Putin di trascinarvi in questa guerra». E ancora. «Può sembrare che l’Ucraina sia concentrata solo sulla guerra perché parliamo di armi, di difesa e di sanzioni ma gli ucraini non hanno scelto questa guerra. Noi scegliamo di non morire. Di non perdere il nostro Paese, le nostre famiglie, di non perdere la nostra indipendenza, la nostra libertà». E poi, riguardo al campo, Zelensky spiega che la Russia ha perso 248 soldati per ogni km quadrato occupato, che la Russia non avanza e che l’Ucraina cercherà di rendere l’inverno duro per la Russia, che racconta essere umiliata perché stoppata nell’export di petrolio di cui si è sempre vantata. Tornando poi a chiedere di non alimentare la macchina bellica di Mosca commerciando con la Russia, chiedendo aiuto anche alla Cina di Xi e ribadendo l’impegno per auto-produrre, grazie anche agli alleati, nuovi sistemi di difesa.
Parole forti e chiare, figlie anche di un rinnovato impegno occidentale per fermare il conflitto. Il problema però è sempre lo stesso. La Russia, che apre al dialogo e un minuto dopo, chiude la porta a doppia mandata. «Al momento non ci sono i presupposti», ha detto il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov, dando vita al solito teatrino dell’assurdo. Che si trasforma in farsa quando racconta che «Putin ha detto che Zelensky, se vuole, può venire a Mosca», per quella che altro non è se non l’ennesima provocazione. Tanto che Peskov aggiunge anche, per chiarire ulteriormente la situazione, che Kiev «sa perfettamente quali decisioni deve prendere per risolvere il conflitto», vale a dire alzare bandiera bianca e concedere a Mosca tutto ciò che vuole. E con Putin di fatto convitato di pietra a New York, ecco che il Cremlino prova a rilanciare. «Putin è pronto a incontrare Trump», fa sapere Mosca. E a stretto giro arriva la conferma ufficiosa del segretario di Stato americano Marco Rubio che dice di aver invitato lo Zar al G20 che si terrà in dicembre a Miami. Lo stesso Rubio, probabilmente il più attento alla causa ucraina e impegnato per un accordo quanto più possibile equo, ieri ha incontrato il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov che però ha ribadito come la Russia «non sospenderà l’operazione militare speciale per la durata dei negoziati, in qualsiasi formato si svolgano». Altro, chiarissimo, segnale di chiusura.
Intanto il conflitto sul campo non si ferma. È stata un’altra notte di fuoco per Kiev e altre città ucraine colpite da missili e droni di Mosca. La maggior parte sono stati abbattuti ma alcuni sono andati invece a segno causando due morti e 24 feriti tra i civili, ancora una volta nel mirino. Zelensky invece rivendica come l’Ucraina abbia distrutto «il 45% delle infrastrutture energetiche russe», facendo sapere di essere pronto a fermare i raid ma solo nel caso in cui Mosca faccia lo stesso. Ma, almeno per il momento, sembra impossibile. Perché sulla via del dialogo il problema è sempre lo stesso. La Russia.
