Che si può inventare ancora quando uno smartphone è già a un livello Top? Migliorare i Pixel di Google è diventato difficile, ed anche nel caso della Serie 11 si è lavorato sui dettagli e soprattutto sul software. E’ su questo che Big G ha sempre fatto la differenza, fin da quando ha cominciato a sperimentare le novità Android sui nuovi telefoni, ed è per questo che la prova del Pixel 11 Pro ha confermato la sensazione di un dispositivo evoluto e - per certi versi - affascinante in colori e design di prodotto e esperienza utente. Ecco dunque il nostro test.
Design con qualche finitura in più
Esteticamente il Pixel 11 Pro riprende quasi integralmente l’impostazione della generazione precedente: stessa iconica barra fotocamera, stessa cornice in alluminio, stesso vetro protettivo di ultima generazione (ora più resistente ai graffi) e certificazione IP68. Le uniche vere novità sono le nuove finiture cromatiche, tra cui per la prima volta un nero opaco anche sul modello Pro. Chi si aspettava un ridimensionamento del blocco fotocamere, secondo le indiscrezioni circolate prima del lancio, resterà deluso: nella pratica il cambiamento è quasi impercettibile.
Display Oled più luminoso
Qui la continuità con la versione 10 gioca a favore: il pannello OLED LTPO da 6,3 pollici raggiunge una luminosità di picco molto elevata, in crescita a due cifre percentuali rispetto al modello precedente. Il tutto con un refresh rate variabile fino a 120 Hz.
Resta insomma uno schermo compatto e maneggevole con una mano sola, leggibile bene anche sotto il sole diretto. Aggiunge luminosità e perfezione nei dettagli, facendo sì che il Pixel 11 Pro sia davvero uno degli smartphone migliori in questo senso.
Prestazioni
È l’area dove il salto generazionale si sente davvero: il nuovo processore Tensor G6 offre una gestione termica sensibilmente migliore e una reattività superiore nell’uso quotidiano. Ci sono guadagni dichiarati in efficienza energetica, velocità di navigazione e apertura delle app, e un utilizzo di alcuni giorni fa capire che non sono promesse al vento.
Tutto questo è dovuto anche dal fatto che il modello predecessore aveva sofferto l’aggiornamento del sistema operativo nei primi mesi. Così il Pixel 11 Pro parte fin da subito su basi più stabili.
Fotocamera e HiLight
Sulla carta il comparto fotografico cambia poco: stesso schema a tre sensori, stesso zoom ottico e digitale spinto. La vera differenza arriva dal software basato su Gemini, con funzionalità come il Magic Capture, ovvero l’estrazione automatica dei momenti migliori da un video, e una stabilizzazione video di alto livello, fino all’8K. Dalle prime prove sembra insomma ci sia un miglioramento apprezzabile dell’utilizzo del Pixel per le foto. Ovviamente chi ha in mano il modello 10 Pro non percepirà una differenza abissale.
Nella barra delle fotocamere è stato aggiunto un sensore in più: si chiama HiLight, non è una novità assoluta nel settore degli smartphone ma per quello di Google sì. Lo si trova solo sui modelli Pro, si illumina quando si sta colloquiando con Gemini, ma soprattutto permette di abbinare un colore ai contatti, così da riconoscere la chiamata con il telefono girato su un tavolo, magari durante una riunione. Qualcuno chiederà: è indispensabile? Diciamo che è utile in alcune situazioni e diventa un’abitudine interessante. Big G ha promesso ulteriori funzionalità in futuro.
Batteria
Nonostante la capacità sia leggermente inferiore rispetto al modello precedente, grazie al nuovo chip Tensor 6 nell’uso reale l’autonomia è addirittura migliorata. Conferma insomma che lavorando di software e di prestazioni si riesce a fare di più anche quando i dati indicano meno.
Altro particolare positivo: la ricarica rapida cablata e quella wireless magnetica sono entrambe leggermente più veloci rispetto alla generazione scorsa.
La novità Rambler
Come detto il vero valore aggiunto di questa generazione si gioca sul software. Tra le funzioni più interessanti spicca Rambler, il nuovo sistema di dettatura vocale integrato in Gboard e basato su Gemini, esclusivo per ora della serie Pixel 11. A differenza della dettatura tradizionale, che trascrive parola per parola e si blocca alla minima pausa, Rambler ascolta il discorso naturale — con esitazioni, ripensamenti e frasi lasciate a metà — e lo trasforma in un testo pulito solo dopo che si conferma la registrazione.
È inoltre possibile modificare il testo con comandi vocali liberi (ad esempio chiedendo un tono più professionale, una correzione puntuale di una parola, o l’aggiunta di un’emoji), e passare da una lingua all’altra a metà frase tra le 12 supportate, italiano incluso. Funziona anche offline, ma solo per le funzioni di base: le riscritture più sofisticate richiedono una connessione attiva, e l’uso intensivo del cloud è soggetto a limiti giornalieri non dichiarati pubblicamente. Al momento non è chiaro se e quando questa funzione arriverà su Pixel 10 o modelli precedenti.
In conclusione
A 1.199 euro per la versione da 12+256 Gb (quello 16+512 costa 1329), il Pixel 11 Pro resta uno dei telefoni Android più completi sul mercato. Certo: chi possiede già un Pixel 10 Pro difficilmente troverà un motivo urgente per aggiornare, anche perché i cambiamenti più significativi (processore e software, Rambler su tutti) sono reali ma non rivoluzionari.
Chi invece arriva da un altro ecosistema o acquista il suo primo Pixel troverà un pacchetto solidissimo, con un livello di integrazione software — a patto di fare i conti con alcune limitazioni delle funzioni di intelligenza artificiale nell’Unione Europea — che resta un punto di forza distintivo su Android. In più, un valido pacchetto di facilitazioni per l’acquisto può far scendere il listino in modo interessante.