«Ho visto i nostri blindati saltare in aria»

FATALITÀ E pensare che su quel veicolo dovevo esserci io, per arrivare prima. “I soliti raccomandati“, ho pensato

«Ho visto i nostri blindati saltare in aria»

di Alessandra Vaccari

KabulUn botto, secco, sordo, cupo. In lontananza un fungo di fumo nero si leva nel cielo. Da dietro le spalle, una voce cerca invano di sdrammatizzare: «Ecco, appena arrivati e subito un attentato...». Si scherzava, ieri mattina a Kabul nella comitiva appena sbarcata dal C130 decollato prima dell’alba da Abu Dhabi. Era un modo per esorcizzare la tensione. Stavamo scaricando i bagagli per accatastarli in un container. Poi la notizia, un botto silenzioso, un vuoto nel cuore. Erano saltati in aria due Lince italiani, mezzi blindati della brigata Folgore, sui quali pochi minuti prima erano saliti alcuni dei militari atterrati con noi.
Avevamo viaggiato assieme, un lunghissimo trasferimento con tappa negli Emirati, tre giornalisti aggregati al contingente che doveva dare il cambio a un gruppo di commilitoni. Forse avevamo anche scambiato poche parole con i quattro soldati morti, nel frastuono assordante dell’apparecchio militare da trasporto. Erano sereni, pieni di vita, ragazzi entusiasti di essere utili e di portare la pace. I nostri giovani migliori, saltati in aria mentre erano felici di fare il loro lavoro in questo nuovo Vietnam.
Erano diretti alla sede del comando Isaf. Dopo lo sbarco, in una saletta dell’aeroporto di Kabul, si erano messi agli ordini del tenente Antonio Fortunato. «Prima accompagno loro, poi vengo a scortare voi giornalisti verso Camp Invicta», ci aveva salutato l’ufficiale. Fortunato era il caposcorta. Tutti i soldati che a Kabul tornano di sei mesi in sei mesi lo apprezzavano, sempre pronto a dare loro elmetto e giubbotto, a dispensare consigli, a raccomandare prudenza, quella cautela che ieri mattina non è servita a salvare sei vite.
Saluti, pacche sulle spalle, promesse di rivedersi presto. Un battito di ciglia, prima sei vivo, e un attimo dopo sei morto. Un momento prima te la prendi con i quattro che salgono a bordo del Lince prima di te, «i soliti raccomandati». Un sospiro e i corpi di quei ragazzi giacciono carbonizzati nel veicolo nel quale avrei voluto salire io, per arrivare prima alla base, per vedere subito, per cominciare a raccontare immediatamente, per non perdere tempo nel mio lavoro.
Le notizie ti grandinano addosso senza controllo. Sembra un attentato. No, non sembra, lo è davvero. Il più grave attentato mai realizzato nella capitale afghana. Il più sanguinoso. È stato un kamikaze. Sono coinvolti civili. Anche militari. Soldati italiani. È il primo troncone del nostro convoglio. Sono dei nostri. E sono morti. In sei. E quattro sono feriti. Perché? Perché a loro e non a me? Era una questione di attimi, di ordini. Il destino faccia a faccia è un mistero che ti taglia le gambe e ti azzanna lo stomaco.
In aeroporto arriva l’ambasciatore italiano Claudio Glaentzer con la moglie. Dovevano andare a Herat. Ha il volto stravolto, mormora poche parole: «So che è accaduto a piazza Massud, e basta». Questo non era un attentato contro gli italiani. Questo era un attentato contro qualsiasi convoglio militare fosse passato a quell’ora da quel posto.
La rabbia si impadronisce dei militari lasciati a terra in attesa. Sgomento, imprecazioni, qualcuno prende a calci uno dei Lince rimasto in sosta. «Dev’essere stata un’autobomba molto potente. Si è infilata tra due mezzi. Un potenziale esagerato. Oltre ai sei soldati italiani ci sono persone morte anche civili. Una Toyota avrebbe anche tamponato. Non sappiamo, non abbiamo certezze». E chi ne ha, di certezze, qui a Kabul?