Ma i caduti del «fronte interno» sono molti di più

Il “fronte interno” costa più sangue di quello afghano. È la spietata logica delle cifre a dirlo. Dal 2002 a oggi hanno lasciato la vita in Afghanistan 24 militari italiani, sedici dei quali in azione, mentre i rimanenti sono rimasti vittime di incidenti o di malattie mortali. Nello stesso periodo sono caduti in servizio in territorio italiano un minimo di 90 fra poliziotti, carabinieri, vigili del fuoco, finanzieri e guardie penitenziarie.
La tragica classifica dei caduti, secondo le cifre disponibili (non è facile metterle insieme perché non esiste un’unica raccolta ufficiale di dati in questo campo), vede al primo posto la Polizia di Stato. In otto anni e mezzo sono 63 i poliziotti periti nell’adempimento del dovere in Italia: solo loro sono quasi il triplo dei morti italiani in Afghanistan. Questa voce comprende non solo i morti in servizio in senso stretto, ma per esempio anche coloro che hanno perso la vita intervenendo in situazioni pericolose mentre erano a riposo o in ferie, oltre a quanti sono rimasti vittime di incidenti stradali collegati al servizio.
Il martirologio della Polizia di Stato dal 2002 comprende, accanto ai numerosi caduti più umili in circostanze “ordinarie”, nomi diventati molto conosciuti attraverso le cronache. È il caso di Emanuele Petri, ucciso durante l’azione che portò alla cattura della brigatista rossa Desdemona Lioce e all’uccisione del suo compagno Mario Galesi. O di Filippo Raciti, l’ispettore capo del Reparto Mobile di Catania che perse la vita nei gravissimi disordini scoppiati allo stadio della città siciliana durante il derby con il Palermo. L’inchiesta sulla sua assurda morte violenta per mano di esagitati pseudotifosi è di fatto ancora aperta e se ne parla ancora spesso. Ma chi si ricorda di Stefano Biondi, agente scelto travolto da un’auto guidata a velocità folle da trafficanti di droga sull’autostrada vicino Reggio Emilia nell’aprile 2004? O di Eliano Falivene, precipitato con l’elicottero durante un volo di addestramento il 16 ottobre 2007 nei pressi di Roma? O di Salvatore Farinaro, il caduto più recente, accorso in un bar di Rho per difendere la sua fidanzata da un uomo che la stava pesantemente importunando e da questi ammazzato con una coltellata alla gola lo scorso 24 febbraio? Sono solo tre esempi della complessa pericolosità del “fronte interno” italiano, fatto di lotta alla criminalità nei suoi molteplici volti.
Accanto ai poliziotti caduti, tanti carabinieri, due finanzieri, una guardia penitenziaria e ben 14 vigili del fuoco. C’è anche un vigile urbano. Morti per la nostra sicurezza, proprio come i militari uccisi in Afghanistan. E vittime, secondo un certo modo di leggere i fatti, di un “fronte minore”. Forse perché meno strumentalizzabile a fini politici.

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