I diktat di Prodi

Pietro Mancini

Ma i socialisti dell’Unione, invece di giurare eterna fedeltà al Professore e scomunicare, con astio, lo strappo di Rutelli, non avrebbero dovuto, quantomeno, incoraggiare coloro che, come i dirigenti della Margherita, lavorano per colmare l’attuale, grave deficit di politica riformista nel centro-sinistra prodian-diessino? Evidentemente, Boselli, blindando lo Sdi sulla linea «o Prodi, o morte!», preferisce legittimamente coltivare il proprio orticello, ipotecando un discreto numero di collegi, anziché navigare in mare aperto, in autonomia, allo scopo di mandare in porto il disegno di unità socialista insieme agli ex compagni guidati da De Michelis e oggi collocati nella Casa delle libertà. Ma, ancor più del fervore prodiano dei boselliani, non può non sorprendere il duro attacco sferrato a Rutelli da D’Alema che, nella sua ultima esternazione, ha bacchettato compagni e avversari. Evidentemente non hanno torto De Mita e Marini quando osservano che Massimo non ha affatto perso il vecchio vizio degli ex comunisti di impartire, con supponenza e sicumera, lezioni a tutti, ritenendosi più bravi degli altri.
Ma, al di là degli anatemi che i sostenitori dell’ex presidente dell’Iri lanciano contro chi osa contestare il dogma dell’infallibilità di Prodi, la profonda spaccatura nel centrosinistra evidenzia la perdurante crisi di orientamento dei Ds, che sembrano ormai attestati su una linea meramente difensiva. Sciogliendosi nella galassia prodiana, la Quercia rischia di fare lo stesso gravissimo errore commesso negli anni ’90 in Sicilia, quando i dirigenti del Pds si affidarono al giustizialismo violantiano dell’allora sindaco di Palermo, Orlando. I risultati di quella improvvisa scelta sono stati evidenziati di recente dai disastrosi risultati dei partiti della sinistra a Catania, dove la Quercia ha preso un terzo dei voti del centrodestra. A queste batoste i dirigenti dei Ds dovrebbero rispondere non con spocchia e arroganza, né invecchiando, come ha osservato acutamente l’europarlamentare siciliano Claudio Fava, continuando a ritenersi i migliori, i più onesti, i più garbati e pensando che, per convincere gli elettori, basta invitarli ai concerti di Battiato e della Consoli. Oppure nascondendosi dietro alla leadership, imposta e non carismatica, di Prodi, erroneamente, in quanto l’identificazione di una politica con una sola persona non può non provocare danni irreparabili ai partiti. Soprattutto quando il leader non si sforza di convincere e di mediare, ma, come fa Romano - il cui acume politico è, sospetta De Mita, molto modesto - pretende di imporre tutto con coercizione.
È legittimo, ovviamente, contestare l’efficacia dell’ambizioso piano di Rutelli di attrarre i voti moderati, lasciando ai Ds il compito di presidiare la tradizionale area di riferimento della sinistra. Ma, per farlo, Fassino, D’Alema e compagni, prima di trasformare i loro militanti e i loro elettori in legioni di «adoratori obbedienti» (De Mita dixit) di un generale senza truppe e senza strategia, di un indipendente di sinistra al cubo, come lo ha definito Giuliano Ferrara, dovrebbero spiegare che fine abbia fatto il progetto, lanciato all’ultimo congresso dell’ex «partitone rosso», di costruire una grande forza del socialismo europeo. La verità è che i capi della Quercia non possono più continuare a vagheggiare il forte partito socialdemocratico, proprio a causa dell’ostinato «niet» di Prodi, che ha fatto archiviare il disegno, senza presentarne uno alternativo.
Tuttavia, gli applausi al nocchiero emiliano e le liti con Rutelli sulla lista comune non potranno, alla lunga, evitare al partito più forte dell’opposizione l’onere di pronunciarsi, con chiarezza, sulle scelte e sulle alleanze. Tenendo presente che i militanti e gli elettori non potrebbero non restare disorientati, qualora proprio i leader diessini, i quali insistono da sempre, almeno a parole, sulla necessità di imprimere una forte guida riformista all’Unione, per scongiurare il «Prodinotti», dovessero continuare ad opporsi alle posizioni di quanti, come Rutelli, Marini e Franceschini, dichiarano di perseguire, con tenacia, lo stesso obiettivo.

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