I dubbi della Cei sul caso Ruby «Un’inchiesta sproporzionata»

Chi si aspettava l’anatema, la scomunica, la spallata al Cavaliere è rimasto deluso. Aprendo ieri pomeriggio ad Ancona i lavori del Consiglio permanente della Cei, il cardinale Angelo Bagnasco si è espresso sul caso Ruby senza giri di parole, dicendo a ognuno il suo, ma senza farsi trascinare nella polemica politica e nel conflitto in atto tra poteri dello Stato. Ha parlato chiaramente di Berlusconi (senza citarlo) e delle notti di Arcore, richiamando la necessità «della misura, della sobrietà, della disciplina e dell’onore» che comporta l’assunzione di un mandato politico, ma non taciuto la sua preoccupazione per «l’ingente mole di strumenti di indagine» messi in campo dalla Procura per controllare il Cavaliere. E ha rilanciato l’urgenza della responsabilità educativa da parte di tutti nei confronti delle giovani generazioni.
«Bisogna che il nostro Paese superi - ha detto - in modo rapido e definitivo, la convulsa fase che vede miscelarsi in modo sempre più minaccioso la debolezza etica con la fibrillazione politica e istituzionale, per la quale i poteri non solo si guardano con diffidenza ma si tendono tranelli, in una logica conflittuale che perdura ormai da troppi anni».
Quindi ha fatto riferimento alle notizie sui «comportamenti contrari al pubblico decoro» e sugli esibiti «squarci – veri o presunti – di stili non compatibili con la sobrietà e la correttezza, mentre qualcuno si chiede a che cosa sia dovuta l’ingente mole di strumenti di indagine». Così, «passando da una situazione abnorme all’altra», ha spiegato il presidente del vescovi, «è l’equilibrio generale che ne risente in maniera progressiva, nonché l’immagine generale del Paese». La collettività «guarda sgomenta gli attori della scena pubblica, e respira un evidente disagio morale».
Bagnasco ha citato se stesso, ripetendo quanto detto nel settembre 2009: «Chiunque accetta di assumere un mandato politico deve essere consapevole della misura e della sobrietà, della disciplina e dell’onore che esso comporta, come anche la nostra Costituzione ricorda». E ha aggiunto che comunque vadano le cose, dalla situazione presente «nessuno ricaverà realmente motivo per rallegrarsi, né per ritenersi vincitore». Troppi oggi «seppur ciascuno a modo suo – ha detto ancora il presidente della Cei - contribuiscono al turbamento generale, a una certa confusione, a un clima di reciproca delegittimazione». E questo potrebbe lasciare «nell’animo collettivo segni anche profondi, se non vere e proprie ferite», «sottili veleni» che possono insinuarsi affermando «modelli mentali e di comportamento radicalmente faziosi». Anche questo sarebbe «un attentato grave alla coesione sociale».
Il cardinale ha aggiunto: «È necessario fermarsi - tutti - in tempo, fare chiarezza in modo sollecito e pacato, e nelle sedi appropriate, dando ascolto alla voce del Paese che chiede di essere accompagnato con lungimiranza ed efficacia senza avventurismi, a cominciare dal fronte dell’etica della vita, della famiglia, della solidarietà e del lavoro». Non bisogna cedere al pessimismo e avere a cuore in particolare le giovani generazioni e la loro educazione. Demandata certo alla famiglia, alla scuola, alla stessa Chiesa, anche se in questo momento «deve entrare in campo la società nel suo insieme, e dunque con ciascuna delle sue componenti e articolazioni». «Affermare ciò, a fronte di determinati “spettacoli” - ha continuato il presidente della Cei - potrebbe apparire patetico o ingenuo, eppure come vescovi dobbiamo richiamare ai doveri di fondo». Perché «se si ingannano i giovani, se si trasmettono ideali bacati cioè guasti dal di dentro, se li si induce a rincorrere miraggi scintillanti quanto illusori, si finisce per trasmettere un senso distorcente della realtà, si oscura la dignità delle persone, si manipolano le mentalità, si depotenziano le energie del rinnovamento generazionale».
Bisogna che i giovani «sappiano che nulla di umanamente valevole si raggiunge senza il senso del dovere, del sacrificio, dell’onestà verso se stessi, della fiducia illuminata verso gli altri, della sincerità che soppesa ogni proposta, scartando insidie e complicità». E bisogna andare oltre «ogni moralismo ma anche oltre ogni libertarismo, l’uno e l’altro spesso dosati secondo le stagioni».
In un altro passaggio della prolusione, il cardinale Bagnasco ha parlato della «desertificazione» dei valori iniziata negli anni Ottanta e provocata al consumismo. E ha denunciato «una rappresentazione fasulla dell’esistenza, volta a perseguire un successo basato sull'artificiosità, la scalata furba, il guadagno facile, l’ostentazione e il mercimonio di sé».
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