I finiani come Di Pietro: è assalto al governo

Forti tensioni nella maggioranza. La "testa" di Scajola non basta ai seguaci del presidente della Camera: ora vogliono subito la legge anti-corruzione. Bocchino: "Fuori dalla politica chi sbaglia". Plauso dell’Idv. Il Pdl: "No a strumentalizzazioni"

I finiani come Di Pietro: è assalto al governo

Roma - «Un segnale», serve «un segnale». Nel giorno in cui la bufera di sospetti e indiscrezioni giudiziarie travolge Claudio Scajola e lo costringe alle dimissioni, gli uomini di Gianfranco Fini tornano alla carica chiedendo «un segnale»: una «corsia preferenziale» per approvare subito il disegno di legge anticorruzione che fu varato dal governo ai primi di marzo.

«Il Pdl alzi subito le bandiere della legalità e delle regole», tuona Fabio Granata. «Le battaglie di questi mesi - ricorda - spesso ci hanno attirato critiche e polemiche da settori del partito, ma in politica bisogna anche saper dire dei no e fare battaglie impopolari ma condivise dagli italiani». Il Pdl, dice Italo Bocchino, «ha il dovere di dare una risposta all’opinione pubblica», e il ddl anticorruzione è un provvedimento «bellissimo e bipartisan», che «punisce chi sbaglia con la più dura delle sanzioni, l’espulsione dalla politica». Un provvedimento «varato da Berlusconi, mica da Fini», come sottolinea Benedetto Della Vedova. Ma anche un provvedimento che, riesumato e impugnato come una bandiera proprio nel momento in cui il premier teme e denuncia una nuova «offensiva giudiziaria» contro il governo del centrodestra, e mentre la prima testa di un ministro è già caduta, finisce per alimentare sospetti e irritazione dentro il Pdl.

Anche perché l’iniziativa dei finiani, che da giorni (dall’inizio del caso Scajola) battono e ribattono sul tasto, ha subito raccolto il plauso e l’appoggio delle opposizioni, e in primis dell’Italia dei valori. Con il capogruppo Massimo Donadi che proclama che «la lotta alla corruzione è un tema che dovrebbe vedere unite tutte le forze politiche», e si dice «soddisfatto» che i parlamentari finiani «siano sulle nostre posizioni e chiedano di mandare subito in aula il ddl anticorruzione». E con lo stesso Di Pietro che accusa il governo: «La verità è che se lo sono tenuti per due mesi nel cassetto, un iter quanto meno innaturale visto che su tutti i provvedimenti ad personam premono sull’acceleratore».

E così ieri, dopo un animato dibattito nel direttivo del gruppo alla Camera, la maggioranza del Pdl ha respinto la richiesta di accelerazione del ddl, avanzata ufficialmente da Carmelo Briguglio, che ha chiesto una «moratoria parlamentare» da decidere insieme all’opposizione per accantonare tutti gli altri provvedimenti e approvare subito quello relativo alla corruzione. «Non dobbiamo prestare il fianco a strumentalizzazioni», è stato il ragionamento opposto al pressing dei finiani. «Sbaglieremmo a dare l’impressione di voler abbandonare il garantismo per cadere nel populismo alla Di Pietro o negli eccessi di moralismo», ha argomentato Edmondo Cirielli. «Ma le battaglie morali non possono limitarsi a quella per impedire ai gay di sposarsi», gli ha replicato Della Vedova.

I finiani hanno incassato il «no» alla corsia preferenziale senza troppe polemiche, soddisfatti di aver comunque piantato la bandierina e incassato le lodi dell’opposizione. «Non è un dramma né una frattura», assicura Briguglio, «anche se lo considero un errore politico: non si tratta di un’iniziativa finiana ma di un atto del governo, opportuno ieri e ancora più oggi per impedire al centrosinistra un uso generalizzato del caso Scajola».

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