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"I miei anni di piombo sono una ferita ancora aperta"

Sport e politica, la prima donna del calcio italiano ricorda: "Salvai la vita a un amico, ma quante minacce di morte ho ricevuto"

"I miei anni di piombo sono una ferita ancora aperta"

È sempre stata una primadonna fin da quando, liceale negli anni di piombo, metteva in riga i capi della contestazione con uno sguardo blu fulminante. Prima donna a condurre la Domenica Sportiva, dopo 42 anni di dittatura maschile, prima donna a presentare 90° minuto, prima donna a guidare Dribbling, tutte le roccaforti inespugnabili dell'uomo abbattute una dopo l'altra da una che ha sempre fatto di testa propria, orgogliosa delle proprie idee e del proprio lavoro, «gior-na-li-sta», scandito come si deve. Un simbolo di emancipazione femminile, ma fuori dal coro, una vita da combattente fatta di sorrisi, dolori e rivincite. Prima di lei il calcio non era uno sport per signorine. Dopo è diventato un sport per primedonne.

Cosa le è rimasto degli anni di piombo, dei ragazzi della sua età che si ammazzavano per strada?

«Li ho vissuti molto intensamente e porto ancora le ferite dentro. Salvai la vita a un mio compagno di scuola ideologicamente molto lontano da me, ma in quegli anni ho ricevuto pesanti minacce di morte. Ho visto tanti ragazzi cadere, c'era grande violenza, grande scontro ideologico, tanta droga che girava. Quegli anni hanno forgiato chi ne è uscito».

A 16 anni viveva già da sola pubblicizzando cosmetici

«Sono andata via da casa ragazzina e per mantenermi dovevo lavorare. Vivere da sola non era facile: non ricordo quante volte mi tagliarono i fili della luce e del telefono. Così ho prestato il viso a una casa molto famosa di cosmetici e per anni sono stata il volto della Rinascente».

Papà dirigente d'azienda, mamma casalinga. Cosa non andava?

«Mamma e papà non si occupavano molto di me. Sono nata in una casa di ringhiera milanese e ho rischiato tante volte di prendere strade sbagliate. Mi hanno salvato il carattere e la buona stella».

Dopo gli anni di piombo la Milano da bere...

«Avevamo voglia di tornare a vivere dopo tanti lutti. Ero una bella ragazza, avevo molto tempo mio, era la Milano delle discoteche. Ho conosciuto anch'io le case di Terry Broome, anche lì girava droga. Ma i brutti giri li ho sempre evitati».

Ha detto una volta: anch'io ho fatto una vita di discoteche, champagne e ore piccole...

«Diciamo che non mi sono fatta mancare niente...»

Per 8 anni ha fatto fotoromanzi.

«Cesare De Marchi, il fotografo, diceva che ero così timida che fermavo le riprese quando dovevo recitare una scena di bacio. Ero così».

Cosa voleva fare da bambina?

«La truccatrice. Ero incantata dalle bellissime ragazze di Fiorucci che, sembravano fate. Ma anche la veterinaria. Vivo con cinque cani e due gatti, la mia vita la vedo in campagna tra mucche e agnellini».

Faceva sport da ragazza?

«Vivevo vicino al Palazzetto del ghiaccio di via Piranesi. Sognavo di diventare una campionessa di pattinaggio come Rita Trapanese».

Ai suoi figli piace lo sport?

«A mia figlia no. Mio figlio era un bravo tennista, poi si è dato al canotaggio. Ora fa il portiere a calciotto».

Papà da bambina la portava a vedere l'Inter ma poi «vidi giocare Rivera e capii che la mia squadra del cuore era il Milan». È vero?

«Papà, che ha 91 anni, me lo rinfaccia ancora. Lui voleva farmi innamorare di Boninsegna ma Rivera mi sembrava più carino, elegante».

A dieci anni, con papà per mano, incrocia Beppe Viola.

«Facevamo colazione a Città Studi, ricordo questo signore con il cappotto scuro, papà e i suoi amici lo adoravano. È stato un orgoglio, anni dopo, lavorare alla scrivania che era stata sua. E vincere il premio giornalistico che porta il suo nome».

Poi l'incontro con Enzo Tortora.

«Lui è stato la svolta della mia vita. Scappata di casa mi ero rifugiata da una zia a Busto Arsizio dove aveva sede una tv privata che si chiamava Telealtomilanese: Enzo lavorava lì dopo essere stato esiliato dalla Rai. Una sera ero con la zia tra il pubblico e il regista insisteva a farmi primi piani. Tortora mi vide e cominciò a cercarmi per tutta Busto».

Poi arrivò Portobello...

«Ero la più piccola delle ragazze della trasmissione, ci teneva moltissimo che nessuno ci desse fastidio. Era molto protettivo. Mi è stato vicino anche dopo, sapeva la situazione complicata che avevo. È stato un padre, un maestro e un signore».

Ha iniziato con un'intervista a Cabrini prima del Mundial: è vero che le tremava il microfono?

«Direi proprio di no. Carlo Tumbarello fu il primo a portare calciatori a fare i conduttori tv e le donne le interviste sul campo. All'inizio ero l'unica, ma senza soggezioni».

Ma come? Cabrini, l'uomo più bello e più desiderato d'Italia...

«L'amica con cui dividevo l'appartamento aveva una storia con uno della Juve e casa nostra, era piena di calciatori. Era normale conoscerli».

Ma tentazioni mai?

«Cabrini una volta mi venne a prendere sotto casa con la Ferrari, ma era solo amicizia come con Paolo Rossi che adoravo. Per me era inconcepibile avere love story con calciatori, avrei perso tutta la credibilità di giornalista che stavo costruendo con una fatica spaventosa».

Ha detto: capii che valevo quando Capello mi mandò al diavolo.

«Era un derby. Chiesi a Capello perché aveva fatto giocare Weah che fisicamente non era a posto, mi rispose piccato: lei ha visto un'altra partita. Volevo morire. Ma lì ho capito che cominciavano a rispettarmi. Non era facile sopportare i sorrisi ironici di chi al campo ti vedeva come un'ochetta in cerca di gloria».

Ennio Vitanza diceva di lei: «Non fatevi ingannare dallo sguardo d'angelo: Paola è una dura».

«Ennio mi ha aiutato tanto, è stato uno dei pochissimi a venire al mio matrimonio e consideri che eravamo una decina. Vero: io sono molto dura, ma perché sono esigente con me stessa e con gli altri. Mi dico sempre: se fossi nata a Sparta mi avrebbero buttato dalla rupe, perché sono piccolina, magrolina, per questo ho sempre voluto sfidare i miei limiti. Per farlo ci vuole una certa durezza. Lavoro 12-13 ore al giorno e a volte mi arrabbio quando gli altri non lavorano come me».

E le nuove generazioni?

«Abbiamo insegnato a chi è venuto dopo di noi che non vale più la pena di eccellere. Siamo un Paese che non premia il merito, che mortifica chi fa di più. Gli occhi della tigre li vedo in pochissime persone».

Disse: per una donna più facile fare l'inviata di guerra che la cronista di Cremonese-Piacenza.

«Inserirsi nell'ambiente sportivo era estremamente difficile per una ragazza che non avesse fratelli o padri giornalisti, la figura della donna non era considerata credibile. È stata una guerra anche quella».

Una disavventura tragicomica?

«Durante la finale di Champions a Istanbul tra Milan e Liverpool presi una colica renale. Io sono tornata a casa in ambulanza e il Milan ha perso una partita vinta. Peggio di così».

Trent'anni fa disse: il mio femminismo è non voler essere un modello alla Raffaella Zardo. E lo disse della Trevisan, della Elia...

«Vede quanti amici mi sono fatta negli anni? Ho sbagliato fin dall'inizio. Come mi è venuta sta fissa che dovevo impormi per quello che ero e pensavo e non per i mie occhi blu. Chi me l'ha fatto fare».

Sento dell'ironia nella sua voce...

«Anche quando alla Domenica sportiva sfidavo la Casalegno su Pressing che si presentava con i vestitini trasparenti: godevo quando la battevo negli ascolti. Ma è un mio difetto, mi arrabbio e non so perché...»

Ma sta pensando alla Leotta?

«Quando vedo queste ragazze che usano il corpo per diventare famose, mi arrabbio e sbaglio perché ognuno è libero di fare quello che gli pare. Io ho sempre considerato invece un affronto che qualcuno mi ascoltasse solo perché sono carina. Devo essere più zen».

Ma un consiglio alla Leotta?

«Ma lei deve darli a me: è ricchissima, famosissima, mica come me che ho fatto tanta fatica per così poco. Continui così, faccia un sacco di soldi e se li goda: lei però non può rappresentare le giornaliste italiane, come Anna Billò, Giorgia Rossi o Simona Rolandi. Lei può rappresentare solo se stessa. O forse Belen...».

Ma lei è la star di Dazn, del calcio.

«Alla guida di Dazn c'è una donna molto in gamba, molto bella e molto capace come Veronica Diquattro. Spero che con lei i modelli femminili possano cambiare».

Anche essere un simbolo di emancipazione femminile ma non essere di sinistra non è facile.

«Io sono una donna libera e non ho mai avuto buoni rapporti con la sinistra radical chic ipocrita e moralista che mi ha fatto una guerra oscena anche in certi programmi tv. Da quel mondo ho subito body shaming durissimi, sono stata vittima di cyberbullismo, io che sono portavoce dell'Osservatorio Nazionale sul bullismo. Perché se non sei dei loro e hai successo, dai fastidio».

La Dandini scrisse un monologo sul femminicidio che la tirava in ballo senza alcun motivo.

«Un monologo che mi definiva un'illuminata che faceva schifo su un tema così tremendo. La Cortellesi, che lo lesse, poi si scusò. Ma fosse solo quello: mi hanno detto cose spaventose, che sono un mostro, che ho lo stucco in faccia, che sono tutta rifatta. Ho pianto e sono stata male. Loro che predicano il rispetto per le donne: che si vergognino».

E del Metoo cosa pensa?

«Una volta un direttore mi invitò a cena, prenotò il ristorante tutto per me perché diceva che aveva capito che io ero una donna affascinata dal potere. Me ne andai all'istante e da quella volta mi fece una guerra senza tregua. Capita, è capitato e capiterà, bisogna sapersi difendere. Come diceva Tortora: devi avere spalle dritte e testa alta».

Anche la sua migliore amica e testimone di nozze Alba Parietti infranse i tabù sul pallone: è vero che le dava lezioni di calcio?

«Verissimo. Per lei Galagoal era un'occasione fantastica. Le davo ripetizioni e ci divertivamo un mondo. Diventò famosissima in un attimo e io ero felice come una Pasqua. Non conosco l'invidia e la gelosia».

È vero che la notte che litigò con Christopher Lambert andò a casa sua a farle i bagagli?

«Si vedeva che era un furbetto, immaginavo che sarebbe durata poco. Mi chiamò, ero al mare, le ho fatto i bagagli e l'ho portata da me».

Dice che l'incontro con suo marito è merito suo...

«Una sera Alba mi porta a cena da un'amica, mi ero appena lasciata dopo una storia di otto anni. Solo lì capii dov'ero finita: c'erano i Tronchetti Provera, i De Benedetti. Non mi sentivo a mio agio, chiamai degli amici. Dissi: portatemi via il più presto possibile, che qui non ci voglio proprio stare».

E suo marito?

«Non ne volevo sapere di lui, non c'entrava nulla con me. Temevo fosse un figlio di papà in cerca di avventure. Invece non era così. Mi cercò approfittando della complicità di amici e parenti anche se vietavo a tutti di dargli il mio telefono. Lui appariva nei ristoranti dove andavo a mangiare. Poi tutto è precipitato: a novembre eravamo cotti, prima di Natale decidemmo di sposarci, ad aprile il matrimonio. E l'anno prossimo festeggiamo le nozze d'argento».

Più facile difendere le sue idee in famiglia o fuori?

«Non è stato facilissimo costruire un rapporto e anch'io ho fatto degli errori come quando mi sono candidata in politica. È una famiglia complicata: ho cercato sempre di crescere i miei figli nel rispetto ma l'ultimo anno è stato difficile per il rapporto tra Carlo e i figli. Avrei preferito una famiglia più affettuosa, più morbida, più avvolgente. E che certi screzi familiari non diventassero pubblici».

E adesso?

«Sono entrata in società con la Lucisano che produce film dai tempi di Sordi. Leggo copioni, incontro attori, seguo progetti di respiro giornalistico, inchieste, documentari, docufilm. Quello su Bukowski lo abbiamo portato al festival di Venezia, bellissimo come il film di Calopresti sulla Calabria degli ultimi. Sarà la mia seconda vita. Una vita da film...».

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