I terroristi di Hezbollah truffati dal Madoff islamico

Quanti soldi si sia mangiato ancora non si sa. Cinquecento miliardi di euro ripetono le voci di Beirut, più di 800 scrive il quotidiano As-Safir. Qualunque sia la cifra la fiducia in Salah Ezzedine rischia di costare ad Hezbollah più di una guerra ad Israele. Il titolo di Madoff libanese non se l’è, del resto, guadagnato a caso. Il Madoff originale era, innanzitutto, un devoto e affidabile banchiere ebreo prescelto, grazie a quella brillante reputazione, per gestire i fondi delle organizzazioni benefiche dei correligionari di mezzo mondo. Salah Ezzedine, il Madoff in salsa libanese, lavora sulla stessa falsariga.
Da anni come un fedele De Benedetti o Caracciolo dell’editoria sciita finanzia, gestisce e stampa riviste, libri e pubblicazioni del Partito di Dio. Da anni qualsiasi predicatore di Hezbollah trova in lui il mecenate capace di trasformare pensieri e parole in solidi mattoni di pelle e pergamena. Grazie alle antenne e alle telecamere della sua onnipresente casa editrice Dar el Hadi i bimbi sciiti scoprono la tv dei ragazzi. Il nome della casa editrice scelto in memoria del figlio prediletto del segretario generale Hasan Nasrallah, morto combattendo Israele, fa capire quanto Ezzedin sia organico alla causa. Chi conosce la Dar el Hadi sa, però, che i fondi investiti nell’editoria di partito dal mecenate di Maaroub, una cittadina a pochi chilometri dal porto di Tiro, sono solo la punta dell’iceberg. Sotto quel capello di carta inchiostro si muovono i più svariati scambi commerciali e investimenti finanziari, transitano i fondi neri destinati ad Hezbollah dagli iraniani, si accumulano gli introiti di attività più o meno legali gestiti dall’organizzazione tra Africa e Sudamerica. Poi ci sono gli affari veri. La benedizione dei patriarchi sciiti fa di Ezzedine l’investitore più amato da quei fedeli pronti a rinunciare, come esige il Corano, agli interessi bancari.
Tutto fila liscio fino all’estate 2008, fino a quella sconvolgente altalena che proietta alle stelle i prezzi del greggio per precipitarli negli abissi. Ezzedine ne resta prigioniero. Convinto di contare su prezzi del petrolio destinati alla crescita infinita si ritrova sul lastrico. Per incassar contanti segue la stessa strada di Madoff e promette in cambio di capitali freschi fantomatiche rese pari al 40 per cento. Ovviamente la speranza è quella di un’immediata risalita del greggio e di una nuova impennata dei prezzi. Invece il petrolio non si muove e l’ultimo giro di fondi di Ezzedine affonda nell’immobile voragine nera. A differenza del suo omologo in versione originale il pio e ora squattrinato Ezzedine rischia non solo la libertà, ma anche la vita. Molti miliardi bruciati arrivano dai conti dei capi di Hezbollah, dalle casse del partito e dai conti segreti di Teheran. Un piccolo bellicoso mondo da cui è difficile fuggire.
A scappare Ezzedine manco ci pensa, sa che la lunga mano dei suoi ex amici lo inseguirebbe ovunque. Così per garantirsi una minima speranza di vita porta i libri in tribunale, annuncia bancarotta, si consegna alle forze di polizia libanesi. La confessione non sana il danno. «È una vera crisi per il movimento, una catastrofe per tutta la nostra gente» ripetono in questi giorni gli uomini del Partito di Dio. Quella «crisi» rischia di infliggere un altro duro colpo alla credibilità di un Partito di Dio uscito malamente sconfitto nelle elezioni parlamentari e a corto ora delle consuete risorse usate per finanziare, da una parte, l’imponente apparato bellico e, dall’altra, la rete di scuole, ospedali e infrastrutture sociali che garantiscono il consenso e la fiducia della popolazione sciita. Sul piano politico e militare le cose non vanno meglio. La pretesa del Partito di Dio di continuare ad esercitare, come nella passata legislatura, un diritto di veto sembra esser stata definitivamente rintuzzata dagli esponenti della maggioranza anti siriana guidata da Saad Hariri. E le voci diffusesi ieri sulla presenza di armi chimiche nell’arsenale esploso a metà luglio a poca distanza dalle basi dei Caschi Blu nel sud del Libano rischiano di ridare fiato a quanti a livello internazionale chiedono il disarmo di Hezbollah.