Icona del giornalismo: Alassio tiene vivo il ricordo di Pannunzio

Icona del giornalismo: Alassio tiene vivo il ricordo di Pannunzio

di Ferruccio Repetti

Per anni venerato come un’icona del giornalismo e della cultura, è stato poi relegato ingloriosamente e immeritatamente nel dimenticatoio, in quel limbo, del resto, dove parcheggiano tante personalità che, come lui, rappresentano qualcosa di diverso dai personaggi alla ribalta effimera della cronaca. Così oggi, a cent’anni quasi dalla nascita - ricorreranno l’anno prossimo - Mario Pannunzio è un nome semisconosciuto alle giovani generazioni, comprese quelle considerate talentuose che al massimo ne ricordano alcuni spunti biografici, pochi elementi della sfera pubblica e privata, ma senza coglierne le motivazioni e i significati. Eppure, Pannunzio fu e resta un punto di riferimento fondamentale, non solo del giornalismo militante, di cui fu esponente insigne e assai considerato anche da colleghi, amici e avversari. Lui, liberale autentico e - come afferma chiaro e forte il professor Pier Franco Quaglieni che di Pannunzio ha condiviso battaglie ideologiche, politiche, e culturali, quindi anche sociali - appartenente di diritto a quella schiatta nobile e austera, antica e inossidabile, ora blandita e ora mistificata, onorata e malsopportata, ammirata e forse anche temuta, dei «liberali puri e duri». Rigidi, ma soprattutto rigorosi.
La definizione «puro e duro», a proposito di Pannunzio - lo ricorda lo stesso Quaglieni nel documentato volume appena pubblicato con il contributo delle studiose Tiziana Conti e Anna Ricotti per i tipi di Genesi Editrice (18 euro) - risale a Francesco Compagna, «uno dei collaboratori più autorevoli» nella sua avventura culturale più eclatante (non la sola): «Il Mondo», settimanale fondato nel 1949, che Pannunzio diresse fino alla chiusura, nel 1966. Ma intendiamoci - affermava già Compagna, e ribadisce ora Quaglieni - una cosa è dire «liberale», un’altra è tradurre «radicale» o «azionista», come fece una certa intellighenzia, o meglio: come «fece comodo» a una certa intellighenzia... Su Pannunzio radicale - lui che fu tra i fondatori del partito nel 1955, ma se ne staccò sette anni dopo quando ne intravide la sterzata che rinnegava le origini - s’è detto e scritto molto, e molto anche a sproposito, per quei «tentativi di appropriazione indebita» sottolineati da Jas Gawronski nella prefazione del volume di Quaglieni. Un’appropriazione indebita della tradizione culturale pannunziana che trova adeguato spazio nel libro, in particolare nella lucida trattazione di Pierluigi Battista, anche a proposito del Pannunzio azionista (lui che invece fu sempre intransigente anticomunista) e del Pannunzio pigmalione di Eugenio Scalfari (e quindi, in qualche modo, ispiratore di Repubblica). Anche per questo, l’opera «Liberali duri e puri-Pannunzio e la sua eredità» vale come documentazione storica e, insieme, come testimonianza di coerenza ideologica, e potremmo aggiungere etica, di uno spirito autenticamente libero.
Ne ha difeso la memoria in questi anni il «Centro» a lui intitolato, fondato nel 1968 da Arrigo Olivetti e Mario Soldati, che ha in programma in agosto tre incontri (ore 21,30) alla Biblioteca civica di Alassio. Il primo appuntamento, domani, con la partecipazione di Dino Cofrancesco e Daniele Capezzone, è dedicato appunto al volume di Quaglieni, dove ci sono tutto Pannunzio e il suo mondo attraverso la disanima dei fatti e le testimonianze di amici e epigoni: da Benedetto Croce a Rosario Romeo, da Nicolò Carandini a Marcello Pera, da Giovanni Spadolini a Enzo Bettiza, da Indro Montanelli a Igor Man, e molti altri. Concordi, al di là del «taglio» diverso dei commenti, nell’attribuire a Pannunzio la statura di liberale puro e duro, cioè «intransigente su principi e valori irrinunciabili». Auspicando che, in politica e in economia, tali principi e valori non si siano spenti definitivamente con lui.

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