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Amintore Fanfani, mezzo toscano e uomo intero

Arrivava dappertutto facendo un gran baccano e quando credevi di esserti liberato di lui... rieccolo. Come tutti i grandi, non era complicato. Sua la frase “una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”

Fanfani e Feltri

Ogni tanto leggo i dialoghi che Luigi Bisignani immagina in Paradiso fra i grandi defunti della Repubblica. Andreotti che bisbiglia, Cossiga che chatta con Steve Jobs, De Gasperi chiuso nel suo pastrano grigio. E a un certo punto, sempre, arriva Amintore Fanfani sul suo triciclo rombante. Rido, perché è la fotografia perfetta. Piccolo, veloce, rumoroso, impossibile da fermare. Fanfani in vita è stato esattamente questo: uno che arrivava dappertutto prima degli altri facendo un gran baccano, e quando credevi di esserti sbarazzato di lui, eccolo di nuovo. Montanelli lo battezzò «Rieccolo» e la parola gli si incollò addosso per sempre. Lo stesso Indro lo chiamava «mezzo toscano», perché era nato a Pieve Santo Stefano, in provincia di Arezzo, ed era molto basso. Indro, toscano intero di Fucecchio, gliene concedeva la metà. Ma dentro quel mezzo toscano c’era un uomo intero, e dei più grandi che la politica italiana abbia prodotto.

Camicia sbottonata

L’ho conosciuto bene. Era presidente del Senato e io facevo il cronista al «Corriere». Un giorno mi invitò a pranzo in una sua casetta vicina al mare. Mi aspettavo un rituale da Palazzo Madama e trovai un signore in camicia un po’ sbottonata, con le maniche arrotolate, intento a spadellare, giocondo come un oste. Mi disse di mettermi a mio agio come lui. Io sono restìo a denudarmi e rimasi impalato in giacca e cravatta per una decina di minuti, finché fui costretto a vincere la mia pudicizia e a compiere il sacrificio di sfilarmele.

Il disagio durò meno di due minuti, perché in quella casa si era creata un’atmosfera che definire informale sarebbe poco. Con noi c’era la seconda moglie, Maria Pia Tavazzani, che sarebbe diventata presidentessa del Comitato nazionale femminile della Croce Rossa e verso la quale Amintore era affettuoso e premuroso come un ragazzo. Eravamo in quattro. Fu un pranzo a base di pesce, familiare e allegro. Fanfani cucinava meglio di uno chef stellato. Gustai ogni portata e rincasai satollo, con un’idea nuova in testa: quell’uomo, che aveva governato l’Italia più volte, era felice davanti a una padella. Non avevo mai visto un presidente del Senato in quelle condizioni, e non l’ho più rivisto dopo. Non è da tutti. Non è quasi da nessuno.

Il pesce fuor d’acqua

Qualche tempo dopo mi fece giungere una proposta: andare a lavorare per la presidenza del Senato, occupandomi di ufficio stampa e comunicazioni ufficiali. Lo stipendio era il doppio, forse il triplo di quanto guadagnavo al «Corriere», e solo per questo fu opportuno pensarci un momento. Non accettai. Avrei tradito la mia indole, che è quella di fare il cronista, e mi sarei sentito come un pesce fuor d’acqua: il suo pesce l’avevo mangiato volentieri, non volevo diventarlo io. Lo chiamai per dirgli che l’offerta mi aveva onorato e che lo ringraziavo della stima. Un altro, al posto suo, mi avrebbe tolto il saluto, perché i potenti non sopportano i no. Lui non se la prese. Rimanemmo in ottimi rapporti, perché con Amintore era facile andare d’accordo: spiritoso, cordiale, facondo, vispo. Non era uno che stava sulle sue. Aveva un animo semplice, come ogni vero grande uomo. I mediocri sono complicati, i grandi no.

Rieccolo

Grande lo era stato davvero, e non per modo di dire. Nato nel 1908, laureato alla Cattolica di Milano nel 1930, professore di storia economica per decenni, faceva parte di quella covata di «professorini» della Cattolica, con Dossetti, La Pira e Lazzati, che ai tempi della Costituente facevano vita in comune a Roma, in una casa che chiamavano del Porcellino, e intanto scrivevano la Costituzione. Durante la guerra si era rifugiato in Svizzera e lì aveva insegnato ai soldati italiani internati, perché non sapeva stare senza una cattedra.

Alla Costituente scrisse la frase più citata della nostra Carta, «una Repubblica democratica, fondata sul lavoro»: si può discuterla, ma è sua. Poi, da ministro del Lavoro, nel 1949 inventò il Piano Casa: in quattordici anni 350mila alloggi, un tetto a oltre un milione di italiani, decine di migliaia di operai al lavoro e i migliori architetti del Paese, da Libera ad Albini, da Quaroni a Ridolfi, a disegnare quartieri che reggono ancora oggi. Fu forse l’unica volta in cui lo Stato italiano costruì case senza costruire mostri. Sei governi, due volte segretario della Dc, cinque legislature da presidente del Senato, nel 1965 presidente dell’Assemblea generale dell’Onu, senatore a vita dal 1972. L’ultimo governo lo fece nel 1987, a settantanove anni, un esecutivo di pochi mesi destinato soltanto a portare il Paese alle elezioni: un altro avrebbe detto grazie, no. Lui accettò, e con gusto. Rieccolo, appunto. Gli mancò solo il Quirinale: nel 1971 lo affondarono i franchi tiratori del suo partito, e non lo perdonò mai. Bisignani, giustamente, lo fa arrivare in Paradiso ancora imbronciato per quello.

Era anche un po’ spaccone, e questo me lo rendeva ancora più simpatico. Era convinto, e lo diceva, di aver fatto lui più di Kennedy e di Giovanni XXIII per evitare la guerra su Cuba nel 1962, quando era presidente del Consiglio. Chissà. Di sicuro ci credeva, e la fede muove le montagne, figuriamoci i missili di Krusciov. Dipingeva pure, e non male, e non lo faceva per farsi fotografare. Nel 1974 guidò la crociata contro il divorzio e la perse, gli italiani non gli diedero retta, ma nessuno riuscì a fargli abbassare la cresta. Anche perché, con tutti i suoi difetti, aveva una qualità che oggi non si trova più in circolazione: sapeva fare qualcosa. Sapeva insegnare, costruire case, cucinare, dipingere, governare. I suoi successori sanno per lo più andare in tivù.

Se ne andò a Roma il 20 novembre 1999, a novantun anni, vedovo di Biancarosa e marito di Maria Pia. Lo immagino com’era in quella casetta sul mare: maniche arrotolate, padella in mano, occhi vispi. E poi lo sento arrivare, con quel triciclo che romba. Rieccolo.

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