Simone di Meo
È aperta la caccia a «er batman» napoletano. Dopo lo scandalo sui rimborsi d'oro ai consiglieri della Regione Lazio e con il voto che si avvicina, è partita l'offensiva su grande scala delle Procure. La più svelta, manco a dirlo, a entrare in scena è stata quella di Napoli, che ieri ha mandato le fiamme gialle ad acquisire, presso gli uffici della segreteria generale della Regione Campania, i bilanci dei gruppi consiliari e i documenti riguardanti i nove milioni di budget assegnati e la loro rendicontazione dal 2008 a oggi.
Il fascicolo aperto dalla magistratura vesuviana per peculato nasce da un'intercettazione spuntata fuori da una precedente inchiesta in cui è coinvolto il capogruppo regionale dell'Udeur, Ugo De Flaviis, ex assessore all'Ambiente sotto il regno di Antonio Bassolino e attuale componente di maggioranza che sostiene il governatore pdl Stefano Caldoro. De Flaviis, in questa tranche, è accusato di corruzione e abuso d'ufficio per via dell'assunzione sospetta dell'ex cognata in una società informatica, la «Input Data srl», che avrebbe avuto rapporti con la pubblica amministrazione. I «telefoni caldi», tenuti sotto controllo dai pm del pool Mani pulite, avrebbero suggerito la più classica delle piste: follow the money. Segui i soldi, soprattutto quelli sborsati per costi di rappresentanza e consulenze, e qualcosa troverai.
Dai primi riscontri della Guardia di finanza, è emerso che il denaro destinato ai gruppi consiliari sarebbe finito, attraverso bonifici e assegni, nelle disponibilità dei singoli consiglieri. Che cosa ne abbiano fatto e a quale titolo ne siano entrati in possesso sono le domande chiave dell'indagine. Appropriazioni indebite? Sprechi? L'indagine è appena all'inizio.
Il bilancio regionale della Campania conta, a proposito di questo aspetto, tre distinte voci: comunicazione (con un appannaggio annuale di circa 40mila euro per ogni consigliere componente il gruppo), funzionamento e indennità per le attività politiche. Ma mentre per le prime due poste di bilancio è prevista una seppur minima forma di controllo, con la presentazione di fatture e ricevute a sostegno delle spese sostenute, per l'ultima non è contemplata alcuna modalità di riscontro o di verifica contabile. Ciò significa che i nove gruppi hanno piena e assoluta libertà nella gestione del denaro pubblico, dovendo soltanto presentare a fine anno una relazione. Per di più, ogni gruppo si è dato un regolamento interno, che differisce dagli altri. Piccole isole felici di autarchia contabile.
Tante nuove inchieste che si aprono a ritmo serrato, a Napoli, sul centrodestra, poche quelle sul centrosinistra che giungono a conclusione con qualche risultato apprezzabile. Quella sulle infiltrazioni della camorra nelle primarie del Pd (con voti venduti a 20 euro nei seggi di Miano controllato dal clan Lo Russo), ad esempio, ha visto sfilare un bel po' di alti papaveri del partito di Bersani, ma a che cosa è approdata? Non si sa. Top-secret.
E che dire dell'inchiesta infinita sull'omicidio del consigliere Pd di Castellammare di Stabia, Gino Tommasino, assassinato da un killer iscritto al suo stesso partito e che, peraltro, aveva partecipato pure alle primarie cittadine? Omicidio a sfondo politico, no camorristico, no affaristico. La fiera delle ipotesi. Ci sono i pentiti, sì ma non sono affidabili. Il mercato delle versioni. Alla fine, questo qui chi lo ha voluto morto? Boh. E la storia di Cristiano Di Pietro, intercettato e indagato nell'inchiesta su appalti e mazzette del Global service, che fine ha fatto? Non se n'è saputo più nulla, dopo la difesa d'ufficio di papà Antonio, corso in procura a Napoli a consigliare ai pm di non guardare in faccia a nessuno. Nemmeno a suo figlio.
Come nulla si sa degli sviluppi investigativi del filone che ha visto finire in manette l'ex consigliere regionale Pd Enrico Fabozzi, accusato di aver stretto un patto politico-mafioso col clan dei Casalesi; Fabozzi è risultato essere in contatto con i big dell'imprenditoria e della finanza rossa, ma nessuno (finora) sembra essersene interessato in Procura.
E ancora: l'inchiesta sulle assunzioni Asìa, che aveva «scassato» la giunta De Magistris con la cacciata dell'ex presidente Raphael Rossi, sembrava un uragano. Si è ridotto, invece, a poco più di una tempesta in un bicchier d'acqua.
ASSALTO GIUDIZIARIO
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