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Berlusconi, la mitica calza e la sfuriata di Meloni

Gli aneddoti del “regista” del Cav. Il fastidio della premier per “Meno male che Silvio c’è”

Demolito chi ha lucrato sull'impossibile ipotesi del Berlusconi mafioso

«Lo portano!». Con l’accento marcato sulla «o» e una «r» caricaturalmente incisiva a sottolineare non tanto lo sforzo del gesto quanto la fatica che ne sarebbe seguita dopo. Perché consegnare Silvio Berlusconi davanti a taccuini e telecamere non è mai stato un problema. Anzi, l’essere costantemente l’oggetto del desiderio di una frotta variegata di giornalisti ha sempre compiaciuto un certo narcisismo dell’uomo. Che parlava senza soluzione di continuità da mattina a sera, che fosse presidente del Consiglio, leader dell’opposizione, imprenditore, tycoon dei media, presidente del Milan, marito, padre o amante. Dieci parti in commedia, una sorta di notizia vivente. La cui supervisione era affidata a Paolo Bonaiuti e Roberto Gasparotti. Il primo ben noto alle cronache, il secondo sempre nelle retrovie, un cameramen dell’allora Fininvest diventato in breve tempo una sorta di «assistente alla persona» del «dottore». Tanto che in quei capannelli di cronisti che per quasi un trentennio lo hanno inseguito in giro per il mondo - il sottoscritto ne è stato in buona parte testimone - era soprattutto lui a gestire il traffico. «Lo portano!» (il copyright è di un collega di Repubblica) erano le due parole magiche che tra i giornalisti in attesa annunciavano l’arrivo del Cav e a «portarlo» era quasi sempre Gasparotti, regista di tutte le sue apparizioni pubbliche, che fossero punti stampa, conferenze più strutturate, apparizioni tv, comizi o convention. E Gasparotti ha deciso di uscire dalle retrovie e raccontare alla giornalista del Fatto quotidiano Paola Zanca le sue quasi tre decadi berlusconiane.

Il libro - pieno di aneddoti gustosi che si concentrano sul Cavaliere davanti alle telecamere e lontano da inchieste e scandali - è pubblicato da Paper First con il titolo Il regista di Berlusconi. La prefazione di Marco Travaglio si concentra su un impegnativo parallelismo tra l’ex premier e Mussolini per raccontare il «tramonto» di entrambe, con la consapevolezza che «ciò che dice Gasparotti non è tutta la verità perché qualcosa lo tiene per sé». Il libro racconta invece gli episodi, a partire dalla mitica calza sulla telecamera che per anni è stata patrimonio comune dei racconti del berlusconismo. È il tardo pomeriggio del 26 gennaio 1994 quando i tg Fininvest mandano in onda il messaggio registrato di Berlusconi, subito ripreso da tutti i tg nazionali. «L’Italia è il Paese che amo», dice il Cavaliere dalla sua villa di Macherio. Dietro la telecamera c’è proprio Gasparotti ed è lui a occuparsi degli accorgimenti tecnici che hanno reso iconico quel discorso, come la gestione delle inquadrature e delle luci per trasmettere un’atmosfera rassicurante. Ma niente calza davanti all’obiettivo. «Abbiamo solo attivato lo Sky-tone, un trucco elettronico artigianale», racconta il regista del Cav.

Tra i tanti aneddoti, gustoso quello su una giovane Giorgia Meloni che, leader del movimento giovanile di An, chiede a Gasparotti di non mandare la canzone Meno male che Silvio c’è durante un comizio del centrodestra al Pantheon. Peccato che Berlusconi non gradisca: «Tutto bello Roberto, ma la musica?». Così la canzone parte come da copione, con tanto di bis. E Gasparotti ancora ricorda la furiosa litigata nel pullman della regia che ne seguì tra lui e Meloni.

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