Le foto, in bianco e nero, forti come sculture. Quella in doppiopetto alla Camera mentre pronuncia un discorso, quella famosa in giacca e cravatta d’estate sulla spiaggia di Terracina e quella finale di via Caetani, che ha cambiato un’epoca.
Ma ora è tempo di «liberare Aldo Moro dal carcere delle Br», dice a Montecitorio suo nipote Renato davanti al capo dello Stato, bisogna smetterla di «leggere la sua storia solo dalla fine» perché oltre ai 55 giorni di prigionia ci sono «60 anni di pensiero e attività politica». Statista, cavallo di razza dc, padre della patria, pioniere del dialogo con i comunisti, punto di riferimento per il centrosinistra e anche per Sergio Mattarella. Però intanto un altro nipote, Luca, scrive una lunga lettera aperta a Giorgia Meloni e la ringrazia perché «questo governo e questa maggioranza sono stati gli unici a darsi da fare e a rendere giustizia a mio nonno». Nel 2004 il Parlamento ha approvato una legge «in favore delle vittime del terrorismo».
Peccato, sostiene Luca Moro, che sia stata applicata «a tutti tranne che a noi». La norma prevede benefici previdenziali «ma per 22 anni le Camere hanno portato avanti la tesi che il vitalizio concesso non era una pensione e che quindi non poteva scattare l’assegno di reversibilità per gli eredi: e se non è una pensione, come mai vengono trattenute le imposte di legge, Irpef e addizionali?». Alla fine Palazzo Chigi ha sbloccato la situazione. «Una vittoria umana, giuridica e politica. Questo governo stravince sui suoi predecessori». A 110 anni della nascita, lo statista democristiano viene solennemente celebrato a Montecitorio. Il presidente della Repubblica siede in prima fila nella sala della Regina mentre Lorenzo Fontana sottolinea l’impronta «indelebile» lasciata sulla vita politica e sociale del Paese: «Un autentico servitore dello Stato. È indispensabile che il suo ricordo non si limiti al sequestro e all’uccisione». È d’accordo il nipote Renato, che già in occasione del centenario aveva chiesto di «uscire dal caso Moro» e che ora presenta il suo lavoro storico durato dieci anni di ricostruzione dell’intera opera di suo zio, l’ex presidente del Consiglio e segretario Dc. Un grande statista, certo, ma non solo. «È stato forse prima di tutto un intellettuale, un osservatore lucido e attento delle trasformazioni globali della politica e dei problemi della nostra società».
Dieci anni per liberarlo. Era come schiacciato nel ruolo delle vittima numero uno del partito armato, lui nella R4 era l’immagine simbolo degli anni di piombo. Il calvario inflitto dalle Brigate Rosse ha prodotto libri, film, opere teatrali però forse, a detta di Renato, ha messo in secondo piano la sua storia. Pubblica amministrazione, riforme, diritto. Le intuizioni politiche. I successi diplomatici, come l’accordo di Helsinki. Proprio di questo e della sua eredità ne parlano in una tavola rotonda Marta Cartabia, Giovanni Maria Ceci, Antonella Meniconi, Leopoldo Nuti e Paolo Pombeni.
