Via da Milano i super-ricchi stranieri, tuona ieri da Bruxelles Ilaria Salis: che ce l’ha in particolare con la modella Naomi Campbell, accusata di avere trasferito la residenza sotto la Madonnina per approfittare della flat tax, il trattamento fiscale di favore per gli stranieri ad alto reddito. Peccato che l’attacco della europarlamentare arrivi nelle stesse ore in cui prende a circolare un documento che l’accusa di avere messo in atto lei stessa il peggior strumento del capitalismo predatore: il lavoro nero. Secondo questo documento, che sembra provenire dall’interno dello staff della Salis, i suoi assistenti parlamentari sarebbero stati in parte pagati sottobanco e costretti poi a restituire una parte degli emolumenti.
È la nuova puntata dello scontro che oppone l’ex militante antagonista allo staff che aveva arruolato quando due anni fa è stata eletta nel Parlamento di Strasburgo nelle liste di Avs. Il mese prossimo a Milano si terrà il processo d’appello tra la Salis e gli ex dipendenti Valentina Dadda e Francois Gelmetti, che in primo grado hanno ottenuto un megarisarcimento da 300mila euro per essere stati licenziati senza preavviso e senza giusta causa. Dopo essere stata condannata, la Salis ha diffuso un’intervista in cui ha accusato i due di avere fatto venire meno il rapporto di fiducia, lavorando poco e male, e facendo troppo spesso di testa loro. Ma come andavano veramente le cose? Ad attaccare pesantemente l’eurodeputata è un documento firmato genericamente «ex lavoratori/e di Ilaria Salis».È autentico? I due licenziati non confermano e non smentiscono di esserne gli autori. La Salis, intervistata dalle Iene, rifiuta di rispondere alle domande sul tema. Una cosa è certa: chi ha scritto il testo conosce il funzionamento della macchina organizzativa dell’europarlamento, e il contesto in cui vi è maturato lo sbarco della Salis.
«Malgrado i suoi post sui diritti dei lavoratori - si legge nel documento - Ilaria Salis ha agito nei nostri confronti come il peggiore dei padroni». Dopo il licenziamento di Dadda e Gelmetti, «altri tre collaboratori hanno rassegnato le dimissioni a causa di un clima tossico» fatto di «ordini senza senso e mobbing quotidiano». A dare gli ordini, insieme alla parlamentare, uno solo dei suoi assistenti, assurto al ruolo di capo: verosimilmente Ivano Bonnin, il militante antagonista assunto a Strasburgo nonostante condividesse con lei la residenza milanese e almeno in un’occasione un letto d’albergo.
Gli accordi con la «compagna Ilaria» prevedevano che tutti, lei compresa, riversassero una parte degli emolumenti per sostenere gli antagonisti ancora detenuti. «Gli assistenti locali avrebbero percepito 2500 euro, quelli a Bruxelles 3000 e Ilaria 4000, avendo espresso la necessità di comprare una casa e una macchina». Agli assistenti locali l’accordo prevedeva «contratti sfavorevoli come cococo o partita Iva e una parte del salario in nero». Ma la situazione è rapidamente degenerata sia sulla linea politica che sul denaro: «A novembre ci è stato per la prima volta esplicitato da Ilaria che da quel momento le decisioni sarebbero state prese solo da lei, che tutte le risorse economiche riguardano unicamente lei e che avrebbe scelto individualmente se e quando contribuire alla cassa». Risultato: ai compagni detenuti a Budapest non è arrivato un euro. Gli assistenti si ribellano, scrivono una lettera, lei risponde licenziando i due più esposti. Possibile? Ieri, alla richiesta di un commento dal Giornale, il portavoce della Salis non ha risposto.
